Accusati di aver finanziato Hamas dall'Italia, l'ordinanza conferma la custodia cautelare. Per il tribunale c'è il rischio di fuga e inquinamento delle prove
a
Dove c’è fumo c’è (spesso) anche fuoco. Per settimane, nel rumoroso silenzio dei giornali pettinati, il nostro quotidiano ha raccontato i dettagli di un’inchiesta che potrebbe squarciare un velo su ambigui rapporti con il mondo del terrore. Su raccolte di denaro (apparentemente) per motivi umanitari che nasconderebbero, secondo la tesi accusatoria, finanziamenti occulti ai tagliagole che sognano la distruzione di Israele e dell’Occidente. Ieri il tribunale del Riesame di Genova ha confermato con una nuova ordinanza la custodia cautelare in carcere per Mohammad Hannoun, Riyad Albustanji, Yaser Elasalye Raed Dawoud, arrestati lo scorso 27 dicembre con l’accusa di finanziare Hamas attraverso una rete di associazioni di beneficenza. È la seconda volta che il collegio genovese si pronuncia sugli arresti.
A gennaio aveva disposto la scarcerazione di altri tre arrestati (Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah), poi confermata dalla Cassazione, che aveva respinto il ricorso della procura di Genova. Proprio la Suprema Corte aveva annullato con rinvio � l’ordinanza che confermava il carcere per Hannoun (presidente dell’Api, associazione dei palestinesi in Italia) e degli altri tre principali indagati, chiedendo una rivisitazione complessiva del quadro probatorio, un’analisi puntuale delle fonti aperte e anche elementi specifici a indicare fra le altre cose la consapevolezza degli indagati circa la finalità terroristica dei finanziamenti.








