Il gatto domestico (Felis catus) è un compagno sempre più amato dalle famiglie italiane. Il 17,4% condivide la sua vita con (almeno) una di queste tigri in miniatura, arrivate in Europa 2mila anni fa dal Nord Africa – il loro antenato è il gatto selvatico africano (Felis lybica lybica) –, per poi diffondersi ovunque grazie alle reti commerciali e logistiche dell’Impero romano.

Condividere la propria casa con un gatto significa abituarsi alla sua figura elegante e al contempo stralunata, quando si assopisce sorniona in un angolo avvolto in caldi raggi di sole, o mentre miagola con una certa insistenza per ricordare che è proprio arrivata l’ora della cena. Ma in Italia vive anche un cugino che non è affatto abituato alle comodità casalinghe, e che generalmente sfugge alla nostra vista. È il gatto selvatico (Felis silvestris), con ben due sottospecie: quello europeo (Felis silvestris silvestris) e il sardo (Felis silvestris lybica).

Le Liste rosse elaborate per l’Italia seguendo i criteri dell’Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn) inquadrano il gatto selvatico come specie a “rischio minimo” (LC), anche se ha subito una lunga persecuzione quale animale nocivo (in epoca fascista, il Regio decreto n. 1016 del 1939 ne promuoveva l’uccisione con lacci, tagliole, trappole e bocconi avvelenati). Nel corso del tempo il suo areale si è contratto e frammentato drasticamente, in Italia ma anche nel resto dell’industrializzata Europa.