Quando la Nasa, pochi giorni fa, ha annunciato il nome dell’astronauta Luca Parmitano come membro dell’equipaggio della missione Artemis 3, ben pochi in Italia hanno espresso sorpresa. Parmitano, oltre a essere un volto noto e unanimemente stimato, è una persona preparata e professionale, ed era il candidato naturale come rappresentante dell’Agenzia spaziale europea (Esa). E poi, come ha anche ricordato il direttore dell’Esa Josef Aschbacher, è considerato una specie di leggenda fra gli astronauti, dopo il noto incidente durante la sua seconda passeggiata spaziale nel 2013. Sospeso nello spazio, improvvisamente il suo casco si era riempito di acqua, impedendogli di vedere, sentire e quasi di respirare. Con enorme sangue freddo si era tirato con il cavo fino a dentro la Stazione Spaziale. Aschbacher ha ricordato come durante l’incidente il suo battito cardiaco rimase quasi invariato, tanto che il controllo missione non si accorse subito della gravità della situazione. Lui però assicura che non si aspettava di essere nell’equipaggio di Artemis.

«Chiaramente era un sogno, come credo sia giusto, lecito e indispensabile», racconta. «Però era davvero lontano dai miei pensieri. Soprattutto dopo le conversazioni che avevo avuto con l’Agenzia spaziale italiana riguardo alle missioni di superficie sulla Luna che arriveranno grazie all’MPH, il modulo abitativo su cui sta lavorando proprio l’Asi, però molto più in là nel tempo».