di Venanzio Postiglione
Così Trump ha definito il Papa per gli inviti alla pace e gli allarmi sulla guerra. Leone XIV ha risposto «io non ho paura», riaccendendo un’altra (antica) verità: la mitezza non è arrendevolezza, solo una certa tracotanza può associare due termini così lontani
Parola che ci riguarda. Ci appartiene. Ci fa scattare l’empatia. Perché da sempre, dalla notte dei tempi, è associata all’idea di cura, generosità, sostegno, attenzione, solidarietà. In tutte o quasi tutte le civiltà, in forme diverse, nei modi più vari: ma con un sentire comune. La parola è “debole”. Quando chiedono agli antropologi quale sia stato il primo segno di umanità, la risposta è affascinante: un femore guarito. Perché i “primitivi”, che da quel momento non furono più “primitivi”, invece di abbandonare il malato lo protessero e nutrirono per mesi e mesi. Fino al suo ritorno nella comunità.
E invece. Un giorno, a sorpresa, Trump ha ribaltato un’altra zona di conforto della nostra coscienza. Visto che papa Leone invitava alla pace, invece che alla guerra, pensate un po’, The Donald l’ha definito “debole”. Da saltare sulla sedia. Non solo per l’aggressione verbale, non solo per il fatto inedito, un presidente americano contro il Pontefice, ma anche per una questione più profonda. Che a distanza di tempo appare evidente. Cioè l’uso del termine “debole” come insulto. La parola che, da sempre, porta verso il rispetto e la sensibilità, trasformata in un randello sulla testa del fragile o presunto fragile. La risposta del Papa, «io non ho paura», ha riacceso anche un’altra (antica) verità: la mitezza non è arrendevolezza, solo una certa tracotanza può associare due termini così lontani.









