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A sei anni dall’ingresso in Italia, Statkraft è sempre più convinta della sua scelta. La società controllata dallo Stato norvegese, considerata il maggiore produttore europeo di energia rinnovabile, sta rivedendo la propria strategia di espansione per concentrarsi sui mercati che considera più affini. Si spiega così la decisione di lasciare l’India e di puntare invece sui Paesi dove è già presente, tra cui l’Italia, dove il gruppo sta portando avanti una pipeline di circa 4,5 GW tra fotovoltaico, eolico e sistemi di accumulo. «L’Italia è l’ultimo Paese in cui il gruppo è entrato in maniera convinta e oggi abbiamo una pipeline molto grande all’interno del gruppo», spiega a MF-Milano Finanza Bernardo Ricci Armani, country manager di Statkraft Italia. «Siamo probabilmente tra le prime due o tre pipeline a livello di gruppo, ma siamo anche una delle realtà più giovani e meno mature. Per arrivare a un certo livello di posizionamento servono ancora alcuni anni». Leggi anche: Energia, l’Italia ottiene 23 miliardi dalla Ue per le rinnovabili. Il nuovo piano per eolico e solare e l’impatto sui prezzi La crescita italiana è arrivata senza acquisizioni. «Abbiamo preferito sviluppare una pipeline nostra, con un approccio totalmente organico, puntando su due requisiti: l’economicità e soprattutto la qualità», afferma Ricci Armani. «I nostri progetti sono sempre stati pensati per avere solidità di mercato». Una strategia che, secondo il manager, ha trovato conferma anche nella recente cessione di un portafoglio di piccoli progetti non più considerati strategici. I numeri di Statkraft Non solo il campione nazionale dell’oil & gas Equinor o la controllata di Eni, Var Energi. La Norvegia tiene alta anche la bandiera dell’energia verde. A livello globale Statkraft gestisce circa 23 Gigawatt di capacità installata, per il 96% da fonti rinnovabili, ed è presente in numerosi Paesi tra Europa e Americhe. Il gruppo prevede investimenti medi annui compresi tra 16 e 20 miliardi di corone norvegesi, pari a circa 1,4-1,8 miliardi di euro ai cambi attuali. L’uscita dall’India rientra nella strategia di focalizzazione geografica delineata dal gruppo. «L’obiettivo è concentrarsi su Paesi più affini alla mentalità norvegese», spiega Ricci Armani. «Tra i pilastri fondamentali del gruppo ci sono disciplina e solidità finanziaria che ci rendono una utility affidabile e un partner ideale per l’industria». Al momento, aggiunge, non sono previsti nuovi ingressi in altri mercati. Secondo il manager, proprio la natura pubblica della capogruppo rappresenta un elemento distintivo. «Lavorare per un’azienda controllata dallo Stato norvegese significa fare le cose in modo molto etico e sostenibile, non solo dal punto di vista ambientale ma anche finanziario e sociale. In un settore che negli anni ha visto anche operatori molto aggressivi e talvolta poco trasparenti, questo è un elemento di forza». Resta però il nodo delle autorizzazioni. Statkraft ha quattro progetti per circa 230 MW fermi a Palazzo Chigi che, pur avendo ottenuto una valutazione ambientale favorevole, sono ancora in attesa di una decisione finale (qui le richieste di Elettricità Futura per semplificare gli iter). «I tempi non sono necessariamente più lunghi che in altri Paesi», osserva Ricci Armani. «La differenza è nella certezza. In Germania, Irlanda o Regno Unito si ha una visione abbastanza chiara di quando un progetto arriverà a conclusione. In Italia, invece, quando si inizia non si sa quando si finirà». Sui progetti in attesa di approvazione il gruppo evita di formulare previsioni. «Non azzardiamo stime perché non c’è la minima possibilità di ricostruire i tempi. Abbiamo provato a farlo, ma il processo è troppo imprevedibile». E aggiunge: «Cerchiamo di far presente che questi progetti non sono finalizzati a una speculazione, ma rispondono a una necessità del Paese». Dai Ppa agli Fpa, la sfida della flessibilità Accanto allo sviluppo degli impianti, Statkraft si è affermata come uno dei principali operatori italiani nel mercato dei Power purchase agreement (Ppa). «Oggi siamo esposti per quasi mezzo TWh all’anno attraverso i PPA e abbiamo sottoscritto circa quindici contratti», spiega Ricci Armani. Tra gli accordi figurano quelli con Rocchetta-Uliveto, Iren, Interpump e Iliad. «Sono strumenti fondamentali perché consentono alle imprese di proteggersi dal rischio prezzo e di pianificare meglio gli investimenti». Per il manager, tuttavia, il prossimo fronte di sviluppo sarà la flessibilità. «Non può esserci sviluppo delle rinnovabili senza batterie. Il mercato non riguarda più soltanto la vendita di energia, ma sempre di più la vendita di flessibilità attraverso strumenti come i Fpa (Flexibility Purchase Agreement). È una trasformazione che sta cambiando il settore e sulla quale vogliamo avere un ruolo importante».