Ieri è successa una cosa grave. Grave in sé, ma ancora più grave per ciò che rivela di noi.

Un gruppo di giovani iraniani aveva manifestato a Napoli contro la Repubblica islamica. Non contro l’Occidente, non contro Israele, non contro l’America, non contro la libertà. Al contrario: manifestava per la libertà. Con le bandiere iraniane del leone e del sole, con le bandiere occidentali, con quella scelta simbolica che da sola basterebbe a mandare in corto circuito il nostro conformismo politico.

Finita la manifestazione, secondo quanto denunciato dai ragazzi, due di loro — un ragazzo e una ragazza che portava la bandiera iraniana del leone e del sole — sarebbero stati aggrediti alla Galleria Principe di Napoli. Lei sarebbe stata afferrata, ferita leggermente a una mano, privata del telefono, poi lanciato via. Lui racconta di essere stato colpito al petto, spinto giù dalle scale, insultato e minacciato in una lingua che non comprendeva pienamente non parlando bene l’italiano. Hanno parlato con la Questura. Hanno presentato denuncia. C’è, riferiscono, un referto medico. Saranno le autorità a verificare, accertare, qualificare giuridicamente i fatti.

Ma politicamente una cosa possiamo dirla subito: se due giovani iraniani vengono aggrediti in una città italiana dopo aver manifestato contro un regime che nel loro Paese imprigiona, tortura, impicca e reprime il dissenso, allora il problema non riguarda soltanto loro. Riguarda noi.