Uno dei problemi della finanza pubblica italiana è quello dell’assenza di una sistematica e trasparente analisi delle principali riforme intraprese in passato. Prima della loro implementazione, esiste sempre un elevato grado di incertezza sui risultati di certe riforme. Solo ex post, si può cercare di capire se riforme di spesa o di tassazione hanno dato risultati positivi. Analizzando i risultati si può poi decidere se correggere una certa riforma, rafforzarla o cancellarla. Da noi questa pratica non è comune: una riforma si introduce e poi si va avanti senza una valutazione. E se la si cancella, questo avviene per motivazioni politiche, tipicamente perché la riforma è stata introdotta da un governo di diversa colorazione, non in base ai risultati.Faccio un esempio che conosco bene. Nell’aprile del 2014, il decreto legge 90 introdusse una importante riforma degli acquisti della pubblica amministrazione, suggerita dal mio lavoro come Commissario per la spending review. Due erano i pilastri di quella riforma. Il primo era l’idea che convenisse concentrare, più che in passato, gli acquisti nella centrale di acquisto nazionale (la Consip) e in centrali di acquisto regionali. In questo modo si sarebbero ottenuti risparmi perché, comprando per ogni gara quantitativi maggiori, i prezzi sarebbero scesi. Il secondo pilastro mirava ad aumentare la trasparenza dei prezzi di acquisto: la classica “siringa” comprata a Reggio Calabria doveva costare quanto quella comprata a Milano.Passati dodici anni, che risultati sono stati ottenuti? Non si sa molto. Secondo la Consip, si è risparmiato qualcosa: i prezzi degli acquisti tramite gli strumenti forniti da Consip sono per una parte dei prodotti più bassi di quelli degli acquisti gestiti al di fuori. Ma i risparmi non sono elevatissimi: Consip stima che, grazie ai prezzi più bassi, nel 2025 si è risparmiato quasi un miliardo (contro mezzo miliardo nel 2015), ma questo si confronta con un totale di spesa per acquisti di oltre 130 miliardi. Inoltre, non si sa molto sugli acquisti operati tramite le centrali regionali. Era previsto un tavolo di coordinamento tra le varie centrali d’acquisto, ma non sembra si sia mai incontrato su base regolare. Per quanto riguarda la trasparenza dei prezzi, la banca dati che doveva essere approntata è avanzata con fatica: non esiste a oggi una banca dati pubblica e facilmente interrogabile che permetta di vedere per ogni bene o servizio quanto ha pagato ciascuna amministrazione e confrontare immediatamente i prezzi. E la spesa per acquisti, intorno al 5,6% del Pil nel 2014, è salita al 5,9% nel 2025.Niente di questo ci dice che la riforma sia fallita. La spesa, per esempio, può essere aumentata rispetto al Pil perché si comprano maggiori quantità di beni e servizi, non perché i prezzi sono aumentati più rapidamente del deflatore del Pil. Il mio punto è un altro: non è mai stata fatta una valutazione ex post della riforma.E la questione è generale. Non abbiamo mai valutato riforme che sono ancora operative (oltre a quella degli acquisti, viene in mente la riforma dell’assegno unico o il concordato preventivo biennale) o riforme che sono state cancellate, ma per motivi politici e senza una valutazione oggettiva (per esempio il reddito di cittadinanza). Sarebbe ora che iniziassimo a valutare quanto fatto, prima di prendere decisioni. Conoscere per deliberare, diceva Einaudi.
Sulle riforme si interviene a prescindere
Di molti interventi non si misurano gli effetti. E li si boccia solo per pure ragioni di schieramento






