Gli attacchi xenofobi di Belfast sono l’esito di un lungo processo che ha normalizzato il razzismo. E dietro ci sono gruppi lealisti protestanti che da anni disumanizzano i migranti
Disordini e violenze per diverse notti di fila. Danni a edifici, automobili, autobus e infrastrutture. Dodici agenti di polizia feriti. Decine di negozi, chioschi e attività commerciali di proprietà di immigrati e persone non bianche date alle fiamme. Video in diretta, ripresi dagli elicotteri, che mostrano persone cacciate dalle loro abitazioni. Un bambino di due mesi salvato dalla polizia mentre squadre di uomini mascherati rastrellavano le strade casa per casa alla ricerca di stranieri. Almeno 27 persone rimaste senza un alloggio. Un’infermiera “con un colore della pelle diverso” inseguita da uomini a volto coperto fino all’ospedale in cui poco dopo avrebbe dovuto cominciare il suo turno.
A Belfast gli ultimi giorni sono stati avvilenti e terrificanti allo stesso tempo. Oggi molti si chiedono come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto. La maggior parte delle risposte prende le mosse dallo sconvolgente atto di violenza commesso da un cittadino sudanese nei confronti di Steven Ogilvie, residente a Belfast, gravemente ferito a coltellate la sera dell’8 giugno. È innegabile che quest’orribile crimine sia stato usato come pretesto, così come altri episodi simili erano stati la giustificazione dei criminali di estrema destra in occasione di altre rivolte contro gli immigrati, nel 2023 a Dublino, nel 2025 a Ballymena e nel 2024 a Southport. In tutte le circostanze il meccanismo si è sempre messo in moto contro il volere delle famiglie delle vittime.








