Un giornalista turco è stato rinchiuso in una prigione di massima sicurezza con l’accusa di aver minacciato il presidente. La nipote è andata a trovarlo

Se si parte da Istanbul, la strada per il comune di Silivri va verso ovest. Appena si supera il centro, il paesaggio cambia. I fitti isolati residenziali della città lasciano il posto a grandi distese di terra aperta e arida. Dopo un’ora e mezza di viaggio su un’autostrada di cemento, arrivo alla meta. Il luogo in cui mai sarei voluta andare. Un tempo Silivri, una località alla periferia di Istanbul sulle sponde del mar di Marmara, era nota per le sue coste e le sue specialità gastronomiche, per lo yogurt e le piccole trattorie di pesce. Oggi il suo nome è legato soprattutto all’enorme carcere di massima sicurezza che sorge qui. La prigione più grande d’Europa. Sulla carta è autorizzata a ospitare un massimo di undicimila persone, ma secondo la commissione per i diritti umani del parlamento turco in alcuni periodi la struttura ha ospitato fino a 23mila detenuti.

È impossibile non notare il complesso. Su una superficie di un chilometro quadrato ci sono nove centri di detenzione. Un vasto insieme di edifici bassi, bianchi, con il tetto rosso, diversi anelli di recinzioni, torri di vedetta e autobus con i motori che ronzano sommessamente.