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Ci sono una parete di intonaco bianco, un reagente chimico nebulizzato anni fa da una tuta del Ris e una sagoma rossastra che da quasi vent'anni sfida le certezze di chi ha già deciso come sono andate le cose a Garlasco. L'impronta 33, classificata sulla scala della villetta di via Pascoli dove il 13 agosto 2007 fu ritrovato il corpo di Chiara Poggi, continua a essere il nodo tecnico e processuale più aggrovigliato dell'intera vicenda. E adesso, a riaccendere il dibattito, arriva la voce di Ugo Ricci, genetista forense di lungo corso, intervistato da Giuseppe Brindisi nel programma di attualità “Zona Bianca” su Rete 4.

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Ricci non è un commentatore esterno. Ha coordinato per anni il polo di genetica forense dell'AOU Careggi di Firenze, lavorando come consulente e perito per procure e tribunali fin dai primi anni di carriera, e dal gennaio 2026 esercita la libera professione nel campo della criminalistica e della genetica forense. È lui il firmatario della perizia che, analizzando il DNA trovato sotto le unghie della vittima, ha convinto la Procura di Pavia a riaprire le indagini e a iscrivere nel registro degli indagati Andrea Sempio. Ed è sempre lui, insieme al dattiloscopista Oscar Ghizzoni e al consulente Pasquale Linarello, ad aver elaborato una consulenza tecnica di parte che punta a rimettere in discussione uno degli elementi più controversi dell'inchiesta: la possibilità, o meglio l'impossibilità, di stabilire con certezza se sull'impronta 33 ci fosse del sangue.