Attivista anti apartheid nel Sudafrica di Nelson Mandela quando era ancora adolescente, Kumi Naidoo è stato anche direttore esecutivo internazionale di Greenpeace e segretario generale di Amnesty International. Oggi è presidente della Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty Initiative, l’alleanza che promuove l’uscita dall’economia dei combustibili fossili (in linea con l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici) attraverso una transizione equa. A oggi sono 18 i Paesi che vi hanno aderito, partecipando anche alla Conferenza che si è tenuta a Santa Marta (Colombia) lo scorso aprile. Abbiamo intervistato Naidoo per capire come la situazione a livello internazionale stia influenzando il passaggio a energie rinnovabili e quale potrebbe essere il ruolo del nostro Paese in questo processo.
Con la conferenza di Santa Marta sull’abbandono dei combustibili fossili sono stati fatti dei passi avanti rispetto a tutte le precedenti COP, cosa si aspetta dal prossimo vertice, che si terrà a Tuvalu (Oceania) nel 2027?
Spero che i Paesi partecipanti siano molti di più rispetto ai 57 di Santa Marta, ma anche si passi dal dire «potremmo smettere di investire in nuovi progetti che coinvolgono combustibili fossili» a «dovremmo smettere di farlo» e, inoltre, che si capisca finalmente che gas, petrolio e carbone non soltanto provocano l’86% delle emissioni responsabili della crisi climatica, ma, come dimostra la situazione nello Stretto di Hormuz, sono anche la principale causa di guerre e conflitti, della destabilizzazione delle democrazie, oltre che di gravi problemi di salute e discriminazioni di genere. L’obiettivo a Tuvalu sarà quindi riuscire a fare passare questo messaggio: oltre a essere dannosi per l’ambiente, i combustibili fossili costituiscono un male sistemico.






