di
Lorenzo Bloise
Hussein ha portato l'Iraq al Mondiale 40 anni dopo, eppure stava per non entrare negli Stati Uniti. All'aeroporto di Chicago gli è stato confiscato il telefono e interrogato per sette ore
È il simbolo (calcistico) di una nazione cresciuta tra il caos e la paura della guerra. Al centro del suo racconto non ci sono gol o trofei, ma sofferenza e profondo dolore. Aymen Hussein, 30 anni, ha portato l'Iraq ai Mondiali 40 anni dopo. Per un Mondiale che mancava dal 1986, l’attaccante segna il gol del momentaneo 1-1 contro la Norvegia (partita terminata poi 1-4), il secondo in assoluto dell’Iraq nella competizione. Eppure Aymen, negli Stati Uniti, ha persino rischiato di non essere ammesso. A pochi giorni dall’esordio, infatti, alla dogana dell'aeroporto O'Hare di Chicago, l'attaccante dell'Iraq, insieme al resto della delegazione (come confermato dall’agenzia Reuters) viene interrogato per sette ore dagli agenti dell'immigrazione dello scalo americano. Gli viene addirittura confiscato il telefono: «Perché ospitare il Mondiale se si è così ostile con i giocatori stranieri?». Alla fine, a differenza del fotografo della squadra irachena Talal Salah, gli viene permesso di entrare.










