Nel Mondiale delle lacrime o addirittura delle non esultanze, Aymen Hussein si è distinto anche in questo. E non è solo per il suo gol di testa, l’unico dell’Iraq nella partita difficilissima contro la Norvegia di un Haaland sempre più travolgente (è finita 4-1, abbastanza da pronostico). E non è per quell’esultanza così calda da abbracciare non solo i suoi compagni, ma di fatto una Nazione intera. È per quanto quel gol significhi per lui. Lui, Hussein, che le tragedie vere le ha vissute. Di quelle che segnano per sempre.
La sua carriera sembra semplice da raccontare: ha 30 anni, gioca nell’Al-Karma (arrivata quinta quest’anno nella Super League irachena), non ha giocato sempre in Iraq ed è una punta con discreto senso del gol (9 quest’anno in 18 partite). Per cui, vederlo segnare di testa con un bello stacco non è nemmeno una grossa sorpresa. Ma è tutto quello che si nasconde dietro a far rabbrividire. Quando aveva 12 anni, la prima tragedia: il papà viene ucciso da Al–Qaeda. Pochi anni dopo, nel 2014, il fratello maggiore viene rapito e mai più ritrovato. Era un poliziotto, quindi a libro paga del governo Abadi, in guerra contro l’Isis. “Sono scampato al terrorismo, non so se mi ricapiterà sulla strada. Ma mi ritengo un uomo fortunato”, aveva avuto modo di dire. E ora, esulta.










