Quando si parla del ghetto di Roma immediatamente vengono in mente i rastrellamenti effettuati dai nazisti il 16 ottobre 1943, rastrellamenti che portarono alla cattura e alla deportazione di oltre mille ebrei romani. Un evento drammatico, che ha lasciato una ferita profonda nella comunità ebraica romana e che persiste, giustamente, nella nostra memoria. Eppure, in quel tragico ottobre del 1943 il ghetto vero e proprio non esisteva più da oltre settant’anni, da quel 1870 in cui venne “smantellato” con la fine del potere temporale del papa e l’annessione di Roma al regno d’Italia.

Prima di quel fatidico 1870 le cose per la comunità ebraica di Roma – ma il discorso si potrebbe allargare a mezza Europa - erano state però molto diverse e segnate da una esperienza ben precisa: il ghetto, un’area di emarginazione e segregazione degli ebrei, riservata ad essi soltanto, un’area di costrizione permanente prevista per legge. Una zona caratterizzata dall’isolamento attraverso una barriera fisica in cui si aprivano soltanto ingressi controllati nelle ore diurne e bloccati in quelle notturne, durante le quali sussisteva per i residenti un divieto di uscita. Il ghetto, così come venne concepito a partire dalla metà del XVI secolo e fino al XIX, era quindi una istituzione dalle caratteristiche ben precise, normato a partire dalla bolla Cum nimis absurdum di papa Paolo IV (1555) con la quale venne costituito il ghetto di Roma appunto. La copertina del libro