Solo il 27% dei professori ordinari italiani è donna. Nell'area clinica si scende al 23%; stessa percentuale di Direttori di UOC — le primarie ospedaliere — in Italia. Sono alcuni dei dati riferiti da Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia (Sid) e prima donna a ricoprire questa carica nei sessant'anni di vita dell'organizzazione. "Il mancato accesso delle donne ai ruoli di leadership - spiega Buzzetti - non è solo una questione di equità, ma un limite strutturale che penalizza la qualità dell'innovazione, la competitività della ricerca e l'efficacia dell'intero sistema sanitario. Sprecare talento è un errore che nessun sistema può permettersi". È a partire da questa premessa che la Sid, insieme a Sapienza Università di Roma, ha promosso il convegno 'Il Valore della differenza: il ruolo delle donne nella sanità e nella ricerca', co-organizzato con Mary Anna Verneri, ordinario di Scienze di Laboratorio alla Sapienza Università di Roma. In meno di cinque anni il numero di donne alla guida delle università italiane è più che raddoppiato: oggi le magnifiche rettrici italiane sono 21 su 85, cioè il 25% del totale. Tuttavia, fuori dalle aule, le carriere femminili restano più fragili, i ruoli apicali ancora prevalentemente maschili. La scarsa presenza delle donne in posizioni apicali è un gap sistemico: il gender gap accademico e sanitario non è un'anomalia residuale, ma un meccanismo che si autoriproduce. Una ricercatrice brillante rallenta la sua carriera per la maternità; nel frattempo il collega accumula pubblicazioni, grant, relazioni congressuali. A 45 anni lui è ordinario e candidabile a primario. Lei no. Non per scarso merito, ma perché il sistema è calibrato su profili biografici maschili, di carriera lineare, senza interruzioni. Un bias che si sta trasferendo anche all'intelligenza artificiale. I modelli predittivi per diagnosi e terapie sono stati sviluppati su dataset prevalentemente maschili, come quelli derivanti da molti trial clinici storici, costruiti intorno a popolazioni a netta prevalenza maschile. E un algoritmo addestrato su coorti di uomini può portare a sottostimare sistematicamente il rischio nelle donne. "Si parla sempre più di leadership femminile, ma le voci femminili in posizioni di comando restano pochissime. E questo rischia di influenzare concretamente i valori e le priorità con cui questi sistemi vengono sviluppati", sottolinea Buzzetti.