Mentre Washington riporta in vita il “Pacific Command” e sembra rimettere in discussione il lessico dell’Indo-Pacifico, Roma intensifica i rapporti con India, Giappone, Corea del Sud e Sud-est asiatico. La geografia strategica della regione continua a esistere ben oltre le definizioni

Negli ultimi trenta giorni Giorgia Meloni ha ricevuto a Roma Narendra Modi, il presidente sudcoreano Lee Jae Myung e la prima ministra giapponese Sanae Takaichi. Nel frattempo il Parlamento italiano ha approvato il trasferimento della portaerei Garibaldi all’Indonesia, mentre a Torino si è svolto un evento dedicato alle connessioni tecnologiche tra il sistema industriale italiano e il Vietnam, sempre più considerato una porta d’accesso al mercato ASEAN. L’attività dell’Italia nell’Indo-Pacifico si sta strutturando, stiamo osservando un pattern che descrive una rete di relazioni più o meno da prima pagina ma ormai quotidiana, e dunque sta diventando ancora più strategica, sistemica e profonda.

Ma tutto questo accade mentre da Washington arriva un segnale che rischia di essere percepito come una modifica dell’orizzonte strategico che finora ha fatto da scenario alla regione. L’amministrazione Donald Trump ha infatti deciso di riportare il comando militare americano per la regione alla storica denominazione di U.S. Pacific Command (USPACOM), abbandonando il nome Indo-Pacific Command introdotto nel 2018 proprio durante il primo mandato di Donald Trump.