«'Komorebi' è il termine giapponese che indica il luccichio di luci e ombre creato dalle foglie che ondeggiano al vento. Esiste solo una volta, in quel momento». È una citazione da “Perfect days” di Wim Wenders, film amato in tutto il mondo grazie alla magistrale performance di uno dei più noti, amati e premiati attori giapponesi, Kōji Yakusho. Classe ‘56, originario di Nagasaki, è conosciuto come il Tom Hanks nipponico e ha lavorato tanto a Hollywood, tra Rob Marshall e il suo “Memorie di una Geisha” e Alejandro González Iñárritu e il suo “Babel”. Se tre anni fa trionfava a Cannes ricevendo la Palma d’oro come miglior attore per “Perfect days”, quest’anno ha vinto il Gelso d’Oro alla Carriera al Far East Film Festival. Lo incontriamo all’Istituto Giapponese di Cultura a Roma, che ha ospitato una monografia su di lui. Ci accoglie con un sorriso e una stretta di mano, infrangendo ogni regola di nipponica formalità.Partiamo dal film che le ha garantito un’ulteriore ondata di popolarità in tutto il mondo a settant’anni: “Perfect Days”. Racconta la dignità dello stare al mondo e l’importanza di guardare gli altri con benevolenza. Quanto conta oggi l’empatia?«Penso che la dignità di vivere e l’empatia siano le cose più importanti oggi. Il mio personaggio ha rinunciato a tante cose, vive dell’essenziale, beato lui, io invece ho ancora la malattia di acquistare, accumulare cose, però facendo e vedendo questo film ho capito che abbiamo una possibilità, un’alternativa valida al concentrarci solo su noi stessi o le nostre cose. È un film pieno di messaggi, comunica l’importanza della gentilezza verso il prossimo, anche sconosciuto, e di aiutare chi è in difficoltà. L’importanza di comprendere l’altro, i suoi dolori, i suoi tormenti, di essere aperti verso il prossimo».Il tutto con uno sguardo di profonda gratitudine verso la vita, per umile che sia.«Osservare la luce del sole che passa attraverso l’ombra degli alberi e saper mantenere uno sguardo curioso, carico di gentilezza e di bontà, è tutto. Se ci fossero più persone a questo mondo come il protagonista di “Perfect Days” forse il mondo rallenterebbe la velocità a cui va incontro alla catastrofe».Cosa può fare il cinema in questo delicato momento storico fatto di guerre, discriminazioni e odio?«Il cinema nutre la capacità di comprendere gli altri. Quando si vede un film, anche se non è un bel film, si impara sempre qualcosa, ad esempio a comprendere a fondo il dolore degli altri. Faccio cinema da decenni avendo fiducia in questa idea».Di quello che ha detto Wim Wenders alla Berlinale sul separare il cinema dalla politica che idea si è fatto?«Ho pensato molto a quello che diceva il Barone de Coubertin, che nelle Olimpiadi voleva dividere fortemente la politica dallo sport, voleva che fossero neutrali e non manipolate dalla politica. Anche il cinema corre lo stesso rischio, se si instaura un legame troppo forte tra il cinema e la politica, penso alla propaganda politica».Eppure maestri del cinema europeo come Ken Loach o Pedro Almodóvar sostengono che ogni film è politico.«Non so se un film è sempre politico. Certo se affronta temi sociali allora rispecchia la politica, i tempi che viviamo. Se guardiamo il film di Wenders “Perfect Days” è un film che fa riflettere sulla società e sul mondo. E dunque è un film politico».Che rapporto ha con il cinema italiano?«Quando ho iniziato a vederlo sono rimasto subito affascinato dallo splendore dell’immagine e dalla profondità dei temi. Ho amato molto “Il postino” e Massimo Troisi, anche in film più piccoli. Era davvero un grande attore».In “Perfect Days” vediamo il suo personaggio attaccato a una serie di piccole cose che ripete ogni giorno nella giornata per essere felice. Lei?«Condivido la stessa passione per le piante, le coltivo, le faccio crescere, mi piace prendermene cura».Quale ritiene che sia lo stato di salute del cinema giapponese oggi?«Ci sono tante buone sceneggiature che rimangono però sulla carta, perché non c’è nessuno disposto a produrre quei film. Magari un giovane regista riesce a fare una buona opera prima, ma se non riscuote successo al botteghino non riceve finanziamenti per il successivo progetto. È paradossale, tanti nostri registi riescono ad affermarsi grazie all’apprezzamento che ricevono non in Giappone ma all’estero. Bisognerebbe tenere a mente che il cinema è innanzitutto un’arte, solo dopo un’industria».Come vive il successo a 70 anni?«Non mi percepisco come una star, o un divo famoso. Sono solo consapevole di essere conosciuto e poter dare gioia agli spettatori che vedono i miei film in tutto il mondo è motivo di gioia e mi spinge a fare sempre meglio».L’intelligenza artificiale la spaventa? Penso alla “ghiblificazione”, al fenomeno diventato virale di immagini e illustrazioni create nello stile dello Studio Ghibli tramite intelligenza artificiale.«Ancora non so se l’Ia sia o no un pericolo. Il cinema è sempre cresciuto di pari passo con la tecnologia, abbandonando prima il cinema muto per il sonoro, poi la pellicola a favore del digitale. Chissà, magari in futuro l’intelligenza artificiale sostituirà davvero gli attori in carne e ossa. E a noi non resterà che fare quello per cui siamo nati: recitare per le persone. A teatro, ovunque ci sia ancora un gruppo desideroso di ascoltare».
Cercare il sole nell'ombra - il colloquio con Kōji Yakusho
In Giappone è una star. In Italia è noto per il magistrale ruolo in “Perfect days” di Wenders, premiato a Cannes: "Il film fa riflettere sulla società e sul mon






