Due spicci vs Amarga Navidad
Zerocalcare e Pedro Almodóvar hanno fatto lo stesso film. Quasi. “Quasi” perché uno è intenso, profondo, dolorosamente comico quanto l’altro è ingombro di autocompiacimento. Sono due melodrammi, e la zona di pesca comune è il senso di colpa. Nell’ecosistema rebibbiesco di Michele Rech la spina segreta è la distanza sempre più siderale tra un idolo trionfante della pop culture e gli amici che sono rimasti indietro. E la discomfort zone che colora parole e segno, e fa volare la serie oltre ogni barriera identitaria generazionale.
Almodóvar si confessa vampiro di dolori, quelli dei suoi affetti più prossimi e cari. Sbandiera cruda onestà. La creazione artistica è moralmente riprovevole. Gli manca un Armadillo-custode che stani l’artificio del suo metacinema ombelicale. Sono due autorelegati in un microcosmo sociale ed estetico, ma quello del manchego ostenta codici a barre proibitivi per lo spettatore ordinario. Se solo Valerio Mastandrea gli spiegasse che una dizione intelligibile non è un orpello superfluo, Zerocalcare anche per lo schermo sarebbe già allo stadio Venerato Maestro.
La bola negra vs Jim Queen
Freschi di Cannes, arriveranno presto in Italia. Da vedere associati, possibilmente, non solo per la diversa declinazione della tematica queer, ma per misurare l’obbrobrio di una Palma per la regia ex aequo (con il Pawlikowski di Fatherland, santa vergine!) al duo creativo rampante Javier Calvo & Javier Ambrossi. Con una patinatura pacchiana da serie kolossal (unica attività accertata di Los Javier finora) La bola negra specula sull’omonimo manoscritto incompiuto dell’incolpevole Federico Garcia Lorca, saltabeccando tra 1932, 1937 e 2017 – Spagna pre e post franchista – e scimmiottando R.W. Fassbinder senza ritegno.










