«Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, il codice penale, porta la firma di Mussolini». Il giorno dopo il tweet con cui Giorgia Meloni si è scagliata contro la fiera dell’editoria Più libri più liberi, a rincarare la dose è stato ieri il ministro della Giustizia Carlo Nordio.

L’ATTACCO nasceva da una dichiarazione che gli organizzatori della fiera hanno chiesto di sottoscrivere agli editori partecipanti, in cui si impegnano a «riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione Italiana». Se per Meloni si tratterebbe di «censura», per Nordio sarebbe ingiustificato perché il codice fu firmato per la prima volta nel 1930. Un argomento particolarmente caro al guardasigilli, che ne aveva fatto abbondante uso già durante la campagna referendaria, motivo per cui il Sì a sua detta sarebbe stato una scelta «antifascista». Anche ieri, in una prima precisazione è tornato sul tema senza ritrattare: «È proprio un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare un codice di Mussolini». In serata, intervistato al Tg3, ha insistito: «Che il fascismo vada condannato in quanto tale è fuori dubbio e siamo tutti d’accordo. Esiste anche la legge Scelba, che punisce la costituzione del partito fascista. Altra cosa è chiedere un’attestazione di antifascismo in una manifestazione culturale».