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Lamin Sonko, 31 anni, è morto l’8 giugno all’ospedale Niguarda di Milano, pochi giorni dopo aver tentato il suicidio nel carcere di San Vittore, sempre a Milano. L’uomo, di origine gambiana e affetto da problemi psichiatrici, era recluso in una cella “ad alto rischio suicidio” (CAR): sono spazi sorvegliati 24 ore su 24 e progettati per prevenire violenze e autolesionismo tra i detenuti più fragili. A San Vittore ce ne sono sei. «È la forma più avanzata di tutela che ci può essere in carcere, ma il problema è che il carcere non è il posto giusto per i pazienti psichiatrici», ha detto un’operatrice del carcere che conosce bene il caso e che chiede di restare anonima.

Persone che hanno conoscenza diretta di quello che avviene nelle CAR di San Vittore riferiscono che ci sono stati casi di detenuti nudi che evacuano nelle celle, si coprono dei propri escrementi, si fanno del male e scrivono sui muri col sangue. Per prevenire il suicidio, i detenuti vengono spesso privati dei loro abiti, delle lenzuola, di penne, accendini o lamette: nelle CAR ci sono solo un letto e un lavandino fissati al muro, senza le lenzuola.

Sonko era stato arrestato il 19 maggio mentre girava per la stazione di Milano con un machete, un caso di cronaca di cui si parlò abbastanza: era arrivato in carcere in stato di agitazione e gli era stata diagnosticata una psicosi post traumatica. L’operatrice che lo ha seguito ha detto che prima di arrivare in Italia era passato dai campi di detenzione in Libia, dove vengono compiute violenze sistematiche, stupri e torture contro i migranti diretti in Europa. Sonko viveva in Italia già da qualche anno: agli operatori che lo hanno seguito risulta che in passato avesse già avuto scompensi psichici.