La Corte d’Appello di Roma ha rigettato il ricorso di Antonio Esposito, ex presidente della Seconda Sezione Penale della Cassazione che aveva guidato il collegio del processo a Silvio Berlusconi

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La libertà di critica all’esercizio del potere non può essere compressa, nemmeno quando si rivolge contro la magistratura e tocca i livelli più alti delle toghe. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Roma con una sentenza che chiude una lunghissima battaglia legale nata all'indomani della storica e discussa sentenza sul caso Mediaset. I giudici capitolini hanno respinto in toto il ricorso di Antonio Esposito, ex presidente della Seconda Sezione Penale della Cassazione che aveva guidato il collegio del processo a Silvio Berlusconi, che aveva intentato una causa per ottenere un risarcimento danni da Daniela Santanchè, giudicando offensive le dure dichiarazioni rilasciate dall’allora parlamentare del Popolo delle Libertà e oggi esponente di Fratelli d'Italia.Già in primo grado le richieste dell'ex magistrato erano state respinte, e ora l'Appello a seguito del ricorso presentato da Esposito conferma quella decisione, blindando un principio che va ben oltre la contesa tra i due protagonisti. “Anche espressioni particolarmente dure, provocatorie e fortemente polemiche possono rientrare nell’alveo della libertà costituzionalmente garantita quando si inseriscono in un dibattito di straordinario interesse pubblico e rappresentano giudizi di valore, non attribuzioni di fatti falsi. Si tratta di un’affermazione di grande rilievo perché interviene in uno dei momenti più delicati della vita democratica: quello in cui il diritto alla reputazione deve confrontarsi con il diritto dei cittadini, degli esponenti politici e dell’opinione pubblica di discutere criticamente l’operato delle istituzioni”, ha dichiarato in una nota l’avvocato Daniela Missaglia.