Il difensore dell’Olanda dice chiaramente quel che pensa sulle pause obbligatorie: “Per chi guarda la tv non è granché. E bisogna valutare partita per partita”.
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Virgil van Dijk non usa giri di parole per dire ciò che pensa sul cooling break, le due pause obbligatorie ai Mondiali (una per tempo, al 22° e al 64°, a prescindere dalla temperatura, dalla percentuale di umidità o dal fatto che lo stadio sia climatizzato) che la FIFA ha giustificato per proteggere la salute dei calciatori considerate anche le condizioni climatiche in cui si svolge la Coppa. Il difensore olandese ne ha parlato dopo la partita dei Mondiali col Giappone (finita 2-2) e si è mostrato molto critico nei confronti di questo provvedimento che ha trasformato subdolamente il calcio in una partita divisa in quattro tempi, quasi fosse un incontro di NFL o basket, così da garantire alle emittenti la possibilità di vendere più spazi pubblicitari e, di conseguenza, incassare più soldi.
"Credo che le pause di idratazione siano molto importanti – le dichiarazioni che hanno riscosso consenso -. Ho guardato quasi tutte le partite fino ad oggi. Ogni volta che si va in pubblicità non mi piace molto. Per chi guarda la tv non è granché… Se fa davvero caldo, ovviamente è una cosa buona da fare, ma penso che si debba valutare partita per partita". La polemica sul reale scopo delle pause obbligatorie La sintesi del pensiero di Van Dijk, quindi, è molto chiara: ci tiene a sottolineare che considera le pause uno strumento prezioso a patto che siano effettuate quando servono davvero a contrastare il caldo e i rischi della disidratazione sotto sforzo; critica l'aspetto commerciale e la rigidità del protocollo (l'obbligatorietà del break); punta l'attenzione anche su come il flusso della partita e l'esperienza TV risentano di queste pause forzate.










