Dopo due giorni di bombardamenti, Donald Trump annuncia di aver cancellato i raid programmati contro l’Iran e di essere a un passo dalla firma di un’intesa storica. “Potrebbe succedere presto, magari nel weekend, in Europa, ha detto il presidente, Potrei andare, il vicepresidente JD Vance sarà lì con altre persone… Steve Witkoff, Jared Kushner”. Passano poche ore e Teheran smentisce. Secondo i media iraniani il testo dell’accordo non è ancora stato approvato da Khamenei. Ancora una volta alla guerra di droni e missili che sconvolge il Medio Oriente e la regione del Golfo si sovrappone quella altrettanto insidiosa della propaganda: dall’annuncio di un cessate il fuoco con Teheran, lo scorso 8 aprile, Trump ha continuato sistematicamente ad affermare di essere vicino a un accordo, e lo ha fatto con una cadenza quasi quotidiana tra social, apparizioni pubbliche e interviste. La CNN ha istituito un contatore: almeno trentotto occasioni (al momento in cui scriviamo) in cui ha definito l’accordo “imminente”. Nel frattempo, mentre gli occhi del mondo restano puntati sullo Stretto di Hormuz, Israele combatte un’altra guerra, più silenziosa, ma non meno letale: l’esercito di Tel Aviv continua ad avanzare radendo al suolo decine di villaggi nel Libano meridionale, mentre la Knesset sta per approvare un nuovo ingente stanziamento di fondi per nuovi insediamenti in Cisgiordania. È su questi due fronti che il premier Benjamin Netanyahu si gioca la rielezione, con la guerra al cuore della campagna elettorale.
Libano e Cisgiordania, l’altra guerra | ISPI
I mondiali di calcio che si aprono domani sono il torneo più esteso di sempre, il primo a tre paesi ospitanti e a 48 squadre.











