Edoardo Bennato fu il primo artista italiano a riempire San Siro, era il 19 luglio 1980, radunando oltre 60.000 spettatori. Geolier ieri sera è stato il secondo artista napoletano a espugnare lo stadio meneghino, Pino Daniele l’ha frequentato, ma mai da protagonista: nel 1980 si esibì prima di Bob Marley, nel 1984 prima di Bob Dylan e Santana. Golden boy del rap italiano, Emanuele Palumbo dal rione Gescal, è il ragazzo dei record: il 26, 27 e 28 giugno dà appuntamento per tre sold out al Maradona, 150.000 persone, mai nessuno ha osato una simile tripletta, nemmeno i Coldplay. E l’ultimo giorno lo show sarà rilanciato «worldwide» in diretta su Prime Video, oltre che su il canale Twitch di Amazon Music e l’app Amazon Music. Mai nessuno prima in Italia... Come se non bastasse, se ieri sera gli ospiti erano Lazza, Shiva, Kid Yugi e Mv Killa, a Napoli arriverà Fifty Cent: «Parteciperà all’after show del 26 giugno, di sicuro farò in quell’occasione con lui “Phantom”... Averlo allo stadio? Magari, ma...». Staremo a vedere che cosa succederà, ma, in ogni caso, mai nessuno prima in Italia...

«Sì, ma io sono quello di prima», assicura lui, «quello che quando prendeva le porte in faccia contava innanzitutto su sè stesso, e poi sulla sua famiglia, i suoi fratelli, i suoi amici, la sua città. Ammesso, e non concesso, che li raccontasse quei no, quelle porte in faccia». I 47.000 di San Siro però sono anche il segnale che qualcosa è cambiato, che quel pregiudizio che gli rubò il Sanremo 2024, quello di «I’ p’mme tu p’tte», è caduto: «Sì, ma forse non c’è nemmeno mai stato, forse era soltanto la solita storia del nuovo che avanza che rompe sempre con il vecchio che resiste». Lui però, più che rompere, tesse fili tra passato, presente, futuro: «Bennato ha aperto la strada non solo a me, ma a tutti gli artisti italiani. Daniele, per le strane storie del mercato, non ha mai fatto un suo concerto qui, ma lui ha inventato un sound, un linguaggio, uno stile a cui tutti noi dobbiamo qualcosa. Cantare “Tutto è possibile”, con la sua voce, qui a Milano è già un’emozione impareggiabile, figuratevi che cosa succederà a Napoli. Io sono un figlio di Pino. Ed i miei spettatori sono figli di padri che ascoltavano il Lazzaro Felice». L’amore per la sua città è un mantra, ha invitato il suo pubblico ad invadere San Siro di colori azzurri: «Portatevi qualcosa che rappresenti Napoli», ha scritto sui social. E in tanti lo hanno ascoltato. San Siro, Napoli? «Quasi, Milano è piena di napoletani, di pugliesi, di calabresi. E io ho riempito lo stadio cantando in napoletano. Mettiamo che la metà abbiano radici meridionali. E l’altra metà?». Profeta di un dialetto che si mangia le vocali, tutto consonanti, Emanuele tenta di restare con i piedi per terra parla della sua «piccola carriera». Dei ragazzi, degli scugnizzi a cui vorrebbe insegnare a vivere senza essere schiavi dei social: «Ne ho visti tanti fare cose non per essere felici, ma per mostrarsi felici. Ho 26 anni, sono uno di loro che ha bruciato le tappe, vorrei potergli raccontare le trappole che troviamo sul nostro cammino». Lo show milanese eredita da quello visto l’anno scorso all’ippodromo di Agnano la scena del volo, il light show immersivo, ma è costruito intorno ai brani dell’ultimo album, «Tutto è possibile», quattro atti che sono sigilli identitari: il sogno che nasce, il sangue che lega, il riscatto che spinge a salire e la gloria «che restituisce alla propria gente ciò che è stato conquistato»: «Io non ho ancora capito che cosa ho combinato, non ci penso, so che un giorno finirà tutto questo caos e avrò il tempo di rifletterci su. Me lo ha insegnato Giorgia, una regina. Era a Sanremo, nei giorni di “La cura per me” e mi ha detto: “Emanuele, questo caos dura ancora poco, poi si torna a casa, alla famiglia, alla vita vera”». A trenta metri nel cielo di San Siro, ma anche saldamente ancorato a terra: Napoli, la sua lingua, la sua gente, la sua storia, la sua filosofia, è sempre al centro di tutto, è matrice culturale, identitaria. Nel siparietto acustico con tanti di archi brilla «L’ultima poesia», in scaletta si alternano le ballate neomelo’ ed i momenti più rap: «A me sta particolarmente a cuore quando faccio “Un ricco e un povero”, credo che sia uno dei miei pezzi migliori, più sinceri, più riusciti. E, certo, dentro c’è anche la filosofia di Totò: ‘A livella l’abbiamo bevuta con il latte di mammà». Campione di barre, di flow, campione a San Siro e al Maradona, all’Olimpico e allo stadio di Messina: 300.000 spettatori in sei concerti, le trovate come la Cadillac volante che non sono fumo negli occhi, e si che di fuoco - nel senso letterale - in questo show se ne vede veramente tanto, ma anche di carne, non è fumo senza arrosto. I visual tra richiami barocchi e icone della Madonna sono veraci, mostrano una Partenope un po’ sacra e un po’ profana, popolare sempre. Insomma, scomodiamo il prof. Vecchioni, che pure ha sangue napoletano nelle vene: luci a San Siro per lo scugnizziello del rione Gescal. Chi altro mai poteva far esplodere questo stadio cantando «P’ Secondigliano» e mostrando sul maxischermo le Vele di Scampia?