Ogni suono, da qualunque parte si collochi del confine alquanto incerto che divide la musica dal rumore, è il frutto di onde di compressione di un fluido, nel nostro caso della miscela di gas che avvolge il pianeta Terra. In altre parole, la musica che ascoltiamo con le orecchie è un fenomeno esclusivamente terrestre, nel vuoto degli spazi siderali semplicemente non esiste, almeno non nella forma in cui siamo abituati a concepirla. La sintesi tra le varie concezioni di una musica che trascende la mera esperienza della materia la dobbiamo a Boezio, ponte tra la cultura greca e la nascente civiltà cristiana, secondo il quale «musica vero non modo speculationi, verum etiam moralitati coniuncta sit», la musica non è solo unita alla speculazione ma anche alla moralità.

Distinguendo tre generi principali, la musica mundana, humana e instrumentalis, Boezio traduce questi nuovi concetti in una formula singolare e innovativa. Benché il suono della musica mundana – quello dipendente non solo dal movimento dei corpi celesti, ma anche nell’insieme degli elementi o nella varietà delle stagioni – non si può udire, tuttavia lo si può intuire: perché il moto congiunto e coordinato di una tale complessità di enti deve per forza produrre una modulazione che in qualche forma risuona nella nostra coscienza.