Dopo oltre 40 giorni di cortei e blocchi stradali contro il governo di Rodrigo Paz, il movimento di protesta operaio, contadino e indigeno è chiamato a una difficile decisione: andare avanti a oltranza, continuando a reclamare la rinuncia del presidente, oppure, forte di qualche punto già messo a segno – come l’abrogazione della contestatissima legge 1720, mirata a ristrutturare la proprietà della terra a favore dei latifondisti – accettare l’invito al dialogo da parte del governo.

COSA COMPORTEREBBE la prima alternativa è chiaro a tutti: con l’entrata in vigore martedì scorso della nuova legge sugli stati di eccezione in caso di minacce alla sicurezza pubblica, il rischio sarebbe alla fine quello di una strage. Tanto più che, a differenza della vecchia norma, che attribuiva a militari e agenti di polizia la responsabilità penale delle loro azioni, quella nuova ripristina il diritto di uccidere e la garanzia di impunità.

Consapevole del pericolo, e malgrado le crescenti pressioni dell’oligarchia per una soluzione violenta della crisi – di fronte a perdite economiche pari a 2,3 miliardi di dollari e gravi carenze di carburante, medicinali e generi alimentari – il presidente Rodrigo Paz ha finora preso tempo, rimandando a data da destinarsi il decreto supremo con cui dichiarare lo stato di eccezione e puntando piuttosto sull’inesorabile logoramento della protesta, di cui si avvertono, dopo più di sei settimane di blocchi stradali, i primi evidenti segnali di stanchezza.