Un mese di proteste. La Bolivia è sull’orlo della guerra civile. Oltre novanta strade bloccate in sei dipartimenti, soprattutto a La Paz e Cochabamba, roccaforte dell’ex presidente Evo Morales Ayma. “È giunta l’ora di definire chi comanda. O il popolo o l’impero”, dice in diretta il leader indigeno, la cui candidatura alle Presidenziali 2025 era stata inabilitata dal Tribunale costituzionale plurinazionale della Bolivia. L’appello: “Ribelliamoci contro il modello neoliberista e lo Stato coloniale”.

Le manifestazioni hanno preso il via il 1 maggio con richieste come l’abrogazione della Legge 1720 che apriva all’ipoteca delle terre dei contadini in cambio di crediti, l’aumento dei salari (soprattutto per maestri e operai) e della qualità del carburante che ha destato l’ira dei trasportatori. Pochi giorni dopo la piazza – che riunisce contadini, minatori e trasportatori, molti di loro di provenienza indigena – ha chiesto la testa del presidente conservatore Rodrigo Paz, in carica da sei mesi. “Que renuncie, carajo!“, grida la folla nelle vicinanze di Palazzo Quemado, sede dell’esecutivo, il cui perimetro è bloccato dalle Forze dell’ordine. “L’esigenza unica delle venti province (coinvolte nello sciopero, ndr) è la rinuncia di Rodrigo Paz”, ha affermato Vicente Salazar, presidente della Federazione di lavoratori contadini di La Paz “Túpac Katari“, uno dei principali movimenti aderenti alla rivolta. Della stessa posizione la Central obrera boliviana (Cob) che declina l’invito di Paz ai negoziati. “Abbiamo deciso di mantenere le misure di pressione. Non c’è alternativa. Scartiamo il dialogo“, ha fatto sapere la Central attraverso il portavoce José Luis Álvarez.