Di: Alessandro Chiara

Nel mare magnum delle notizie che riguardano l’intelligenza artificiale, due ci allontanano dall’entusiasmo acritico in cui è facile cadere parlando di IA e del suo impiego: l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV (25 maggio) e la quotazione in borsa di SpaceX (12 giugno). Un accostamento solo in apparenza blasfemo: Papa Prevost parla al cuore, lo Stock Exchange al portafoglio, ma per entrambi lo sviluppo dell’IA è una questione che deve - o può - riguardare tutti, o per lo meno tanti (gli investitori). A chi dobbiamo allora dare fiducia? Per rispondere a questa domanda cruciale, ci può essere d’aiuto lo sguardo critico di una giornalista come Karen Hao.

Karen Hao, perché nel suo libro Empire of AI definisce OpenAI e altre aziende tech come “imperi”?Le definisco imperi perché consumano una quantità straordinaria di risorse – dati, territorio, energia, acqua – per sviluppare le loro tecnologie, accumulandole e sottraendole alle comunità globali. La gente spesso ignora l’enorme lavoro umano dietro l’IA. Ogni interazione con un modello come ChatGPT dipende da migliaia di lavoratori che lo hanno addestrato e da altri che moderano i contenuti per evitare discorsi d’odio. A Nairobi, ho incontrato moderatori assunti da OpenAI che hanno subito gravi traumi psicologici a causa dell’esposizione costante a contenuti tossici. Questo li ha portati a isolarsi, a sviluppare ansia e sintomi simili al disturbo post-traumatico da stress, distruggendo anche le loro famiglie.