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Non è un periodo semplice per l'India, a livello di borsa così come per l'economia e la crescita del Paese. La ex locomotiva emergente, che fino a metà del 2024 sembrava destinata a scalzare perfino la Cina negli indici, sembra essersi fermata. Sostituita, anche nelle cronache finanziarie, dall'ascesa di Taiwan e Corea del Sud, i campioni del mercato dei chip all'infuori degli Usa. Tanto che da inizio anno l'indice Msci India in euro è in rosso di oltre 9 punti percentuali.
Il motivo della recente crisi è chiaro: l'India è una delle principali vittime dello shock energetico provocato dalla guerra in Medio Oriente e dal blocco dello Stretto di Hormuz. «In quanto importatore netto di energia il Paese subisce una massiccia pressione sull'economia reale», spiega Karin Kunrath, chief investment officer di Raiffeisen Capital Management. «Il calo della rupia e i deflussi di capitali confermano che i mercati scontano l'estrema dipendenza dal greggio: nonostante i buoni utili societari, la borsa indiana è tra le peggiori al mondo».
Eppure l'India continua a esercitare un certo fascino in una logica di portafoglio. Lo conferma Simon Wiersma, chief investment strategist di Ing: «Pur essendo meno direttamente legata all'hardware dell'intelligenza artificiale, la borsa di Mumbai resta interessante grazie alla forte crescita interna, alla digitalizzazione e a un quadro macro strutturalmente più favorevole rispetto alla Cina». Un settore interessante, anche per le valutazioni, è per esempio quello finanziario, dove «la crescita degli utili rimane a doppia cifra, mentre il settore scambia a multipli inferiori rispetto ai livelli pre-Covid», spiega Bhuvnesh Singh, gestore del fondo Growth India di Comgest. «Anche la solidità delle grandi banche indiane rimane buona, grazie a bassi costi del credito e robuste riserve di capitale».







