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Non è che una coincidenza. Anche sfortunata, per i protagonisti. Ma non può passare inosservato il fatto che fra i dieci magistrati della Corte dei Conti il cui avanzamento di carriera è stato stoppato dal governo ci siano anche Luigi Caso e Carmela Mirabella. Ovvero i due relatori della delibera che ha negato il visto di legittimità alla delibera del Cipess, il Comitato Interministeriale per Programmazione Economica e Sviluppo Sostenibile, sul ponte sullo Stretto di Messina. Tanto è bastato perché dietro quel blocco qualche complottista sentisse, senza alcuna prova, odore di ritorsioni.
È però incontrovertibile che lo scorso ottobre il giudizio negativo sul piano governativo per il Ponte sia stato benzina per un incendio che già divampava fra il governo di Giorgia Meloni e la Corte dei Conti. La magistratura contabile era stata appena infilzata a freddo con un disegno di legge presentato da Tommaso Foti, pezzo da 90 di Fratelli d'Italia nominato ministro del Pnrr, al quale si era associato l'ex capogruppo di Forza Italia Paolo Barelli. Un pesante giro di vite alle prerogative della magistratura contabile approvato senza titubanze dalla maggioranza, che non aveva mancato di provocare malumori negli ambienti della Corte. Perciò additata da Palazzo Chigi, subito dopo la bocciatura della delibera sul Ponte, come responsabile di un atto che prefigurava l'ennesima «invasione» dei giudici «sulle scelte governo e dgParlamento»: parole della premier Meloni.







