VENEZIA - Qualcosa vendevano, ma in realtà arrivavano soprattutto per comprare. Una partita di cocaina per almeno 17 mila euro, un’altra pagata con le chiavi di un furgone. Ancora otto chili di hashish acquistati “all’ingrosso” per poco meno di 29 mila euro e rivenduti al dettaglio per oltre 35 mila. Poi una lunga lista di scambi minori: 200, 300, 500 grammi alla volta, recuperati nel sempre fiorente snodo veneziano del traffico di stupefacenti e rivenduti nel Veronese, vero territorio d’elezione della cosca ’ndranghetina dei Giardino.

L’ultimo filone di indagine che ha portato alla luce e condannato le infiltrazioni della criminalità organizzata calabrese ha evidenziato anche i percorsi che dalla provincia scaligera portavano alla laguna – andata e ritorno: il primo motivo che spingeva gli esponenti della “locale” di Verona fino a Venezia era appunto la droga, riconoscendo nella piazza di spaccio mestrina un ottimo terreno di approvvigionamento, ma negli oltre 60 capi d’imputazione contestati ai 16 imputati dell’inchiesta “Amnesia” spuntano anche le minacce alle ditte edili impegnate a Sottomarina di Chioggia e persino l’eredità della Mala del Brenta, tra rapine ai furgoni blindati e refurtive spostate da un conto all’altro. ANELLO DI COLLEGAMENTO Figura centrale è quella di Santino Mercurio, che nelle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Venezia, coordinate dai pubblici ministeri Federica Baccaglini e Andrea Petroni, è indicato come l’erede designato del boss Antonio “Totareddu” Giardino: Mercurio avrebbe infatti ricoperto il ruolo di unico maggiorente dell’articolazione veronese della cosca Arena – Nicoscia proprio dopo l’arresto di Giardino, finito in carcere nel 2020 come risultato dell’inchiesta battezzata “Isola scaligera”; da allora è stato il 68enne di Isola di Capo Rizzuto a dirigere i movimenti della ’ndrina veronese, a riconoscere il “fiore” alla cosca madre (banalmente: i pagamenti periodici), e anche a occuparsi di assicurare un flusso costante di stupefacenti per finanziare le varie attività del gruppo. Il suo nome, assieme a quello di Diego Giovinazzo e Giovanni Sorrentino, ricorre in tutti gli acquisti di cocaina e di hashish compiuti nel Veneziano, e tutti sono riconosciuti dai pm come primi passaggi di una catena che si sarebbe conclusa nel Veronese, con la vendita su strada. Mercurio e Giovinazzo, poi, sono stati anche i due referenti di Massimo Castelli, il rapinatore di origini veronesi in forza alla Mala del Brenta. Lo spiegava proprio Giovinazzo: «Io ero con lui in galera, con la buonanima di Massimo. Avevo a che fare con la Mala, a Milano, col fatto dei blindati». Si parla di un assalto ai furgoni compiuto in Lombardia, mitra in pugno: parte della refurtiva, 5.000 euro «non segnati, è quello che li ha salvati», era stata passata proprio ai veronesi, che avevano ripulito i soldi e poi li avevano usati per finanziare le loro attività. Sempre Mercurio, assieme a Sorrentino, si era preoccupato di ricevere i pagamenti per i lavori nel condominio “Arcobaleno” di Sottomarina di Chioggia, eseguiti in subappalto dalla Tre M Service, anche se si trattava di un intervento fuori tempo massimo e ben lontano dallo standard richiesto dall’appaltatrice. «Vedi che se vengo lì te lo faccio vedere cosa c’entro – spiegava al telefono il boss al titolare del cantiere – Non sai cosa vuol dire il tremare». I soldi erano arrivati, anche in questo caso per riempire il conto della cosca. LE CONDANNE La settimana scorsa, in aula bunker a Venezia, la giudice Benedetta Vitolo ha deciso per oltre cento anni di condanne totali, chiudendo così questa fase dell’inchiesta “Amnesia”. Mercurio ha incassato una pena di 16 anni, Giovinazzo di 12, Sorrentino invece non ha visto il verdetto: è morto nei mesi scorsi. Tra le altre figure di spicco del gruppo Francesco Bova, il contabile, condannato a 15 anni, e Angelo Micillo, accusato per reati fiscali a sette anni e 20 giorni di reclusione e per concorso esterno all’organizzazione di stampo mafioso. Un’imputazione, quest’ultima, spesso difficile da riconoscere anche nelle grandi cause per mafia in Sud Italia, tanto che la procuratrice capo veneziana, Alessandra Dolci, ha rimarcato con particolare soddisfazione il risultato ottenuto dalla Dda lagunare.