di
Sandra Cesarale
Il rocker nella prima data del tour negli stadi de «La Notte di Certe Notti». «Non sono d'accordo con De Gregori, anche se ha diritto a non schierarsi»
Roma Potente, affilato e politico: Ligabue non si tira indietro, denuncia un mondo dominato dal caos e dai signori della terra (e della guerra). Ieri è salito sul palco dell’Olimpico di Roma, davanti a 54 mila spettatori, per il primo live (la data zero è stata a Bibione) del tour negli stadi de «La Notte di Certe Notti».
Il suo rock va oltre le celebrazioni (partite un anno fa da Campovolo) del trentennale dell’album «Buon compleanno Elvis» e della canzone che ha segnato il destino di Liga. L’essenza del live supera la patina del divertimento, i video di «come eravamo», l’immaginario rock’n’roll degli anni 50 e 60, le luci intorno ai maxischermi e le insegne che fanno tanto Las Vegas. In una scaletta divisa in capitoli, ognuno dedicato a un album, tra «Balliamo sul mondo» e «Certe Notti», c’è spazio su «Happy Hour» con i brindisi di Putin e Trump, Von der Leyen e Draghi, Meloni e Macron, Netanyahu e Orbán, Musk e Zuckerberg. Brinda anche Mattarella, ma è preoccupato. Arriva «Il mio nome è mai più» canzone contro le guerre incisa con Piero Pelù e Jovanotti nel 1999. «La canto live da 27 anni — dice Ligabue prima del concerto — e ricordo sempre che non c’è solo un massacro a Gaza, ce n’è uno in Ucraina, in Sudan e altri 59 in tutto il mondo». Il suo impegno si contrappone alle parole di Francesco De Gregori, critico sugli artisti che lanciano proclami politici dal palco. «Francesco — sottolinea Liga — è un patrimonio della musica e della cultura italiane, è uno dei più liberi di pensiero, non si fa mai trovare dove qualcuno immagina di trovarlo. Mi piace, però quel pensiero non lo condivido. Credo abbia voluto dimostrare, con fastidio, che la musica non è obbligata a schierarsi. Io cerco di parlare attraverso le canzoni». È convinto «che il modo migliore che abbiamo, sia scrivere quando sentiamo l’urgenza di dire qualcosa».










