Benyamin Netanyahu si ricandida a primo ministro di Israele, carica che ricopre dal 2009, fatta eccezione per il periodo 2021-2022. Nessuno ne aveva mai dubitato, malgrado le dichiarazioni di Donald Trump all’inizio della settimana su una possibile uscita di scena del leader del Likud. Invece no, Netanyahu non si fa da parte e tenterà in ogni modo di colmare lo svantaggio nei sondaggi della sua maggioranza di destra religiosa nei confronti di un’opposizione composta da altri partiti di destra radicale e da presunti centristi.

Da qui alle elezioni, che si terranno in una data compresa tra settembre e ottobre, le prime dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele e dall’inizio delle guerre ordinate da Netanyahu contro Gaza (in gran parte distrutta), il Libano e l’Iran, la battaglia elettorale sarà aperta, perché nulla è deciso, sebbene il premier appaia in seria difficoltà. Un sondaggio pubblicato il 9 giugno dall’Israel Democracy Institute ha rivelato che il 61% dell’opinione pubblica ritiene che Netanyahu non dovrebbe candidarsi. Un giudizio che non nasce da una contrarietà degli israeliani alle guerre e alle loro conseguenze devastanti a Gaza e nel sud del Libano. Anzi, la stragrande maggioranza della popolazione appoggia l’uso della forza come unica soluzione e pensa che i palestinesi stiano subendo una «giusta punizione» per l’attacco di Hamas. È frutto piuttosto della percezione che queste offensive, in particolare quelle contro l’Iran e Hezbollah in Libano, non abbiano raggiunto i risultati promessi da Netanyahu: la resa di Teheran e del movimento sciita libanese. La tregua in Libano non piace agli israeliani del nord. Pesa anche la presunta «sudditanza» di Netanyahu nei confronti delle decisioni di Donald Trump.