Il colpo di scena è arrivato nell’ultimo plenum del consiglio superiore della magistratura. La decisione presentata come un approfondimento tecnico nasconde l’importanza del ruolo e lo scontro sotterraneo che si muove per l’incarico di numero due della direzione nazionale antimafia. La pratica del Csm per quel posto è, infatti, tornata in commissione dopo che inizialmente era arrivata una doppia proposta.

Una decisione votata a maggioranza nel plenum di questa mattina con 17 consiglieri favorevoli, 10 contrari e due astenuti. E c’è un magistrato che sembra sgradito per quel posto, si tratta di Sebastiano Ardita, attualmente procuratore aggiunto a Catania, in passato numero al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Lo scorso aprile aveva ottenuto nella quinta commissione tre voti, uno era andato a Eugenio Fusco, che ha coordinato il gruppo della procura di Milano che si occupa di cybercrime e reati informatici.

È un altro magistrato, Nino Di Matteo, pubblico ministero dell’inchiesta sulla trattativa stato-mafia, poi naufragata di fronte ai giudici, a chiarire la partita in gioco. «Il Csm deve adoperarsi per essere realmente credibile. La vicenda presenta aspetti che lasciano senza parole. Prima le lungaggini, poi il tentativo di far prevalere l’esperienza di cybercrime su quella antimafia, adesso il ritorno in Commissione con argomenti del tutto strumentali , se non paradossali, prospettati con voce incerta da componenti del CSM, alcuni facenti parte della stessa commissione e che, quindi, avrebbero potuto rilevarli in quella sede», attacca l’ex componente dell’organo di autogoverno della magistratura.