Da quasi vent’anni si riuniscono ogni settimana, ciascuno prova la propria parte e poi portano in scena le opere teatrali, rigorosamente in sardo, convinti che non ci sia miglior medicina per restare giovani.

Il gruppo teatrale dell’Università della terza età di Capoterra, presieduta da Tore Caboni, torna in scena oggi alle 17,30 al teatro parrocchiale di Poggio dei Pini con la commedia in due atti “Sa corona de zia Belledda”, opera di Antonio Garau del 1975, che suggellerà l’anno accademico di questo gruppo di amanti del teatro sardo.

La recitazione in lingua sarda è solo una delle tante attività organizzate dall’Ute di Capoterra, che conta oggi oltre 270 iscritti, e può contare su insegnanti qualificati.

Bruno Mameli, 85 anni dipendente Saras in pensione, è il regista di questa compagnia che si diverte anche a scrivere delle scene di proprio pugno: «Recitare ci permette di sentirci vivi, aumenta l’empatia tra le persone e crea un ponte con le nuove generazioni, che attraverso i nostri spettacoli imparano a conoscere la lingua e le tradizioni della nostra terra».

Francesco Murgia, 82 anni medico in pensione, sottolinea l’importanza dell’invecchiamento attivo: «Ogni volta che viene a mancare una persona anziana, è come se la comunità perdesse una intera biblioteca fatta di ricordi, testimonianze del passato e preziose informazioni. Attraverso il teatro non solo le persone della terza età si incontrano, si tengono compagnia e allenano la propria mente, ma creano un ponte con le nuove generazioni, che arricchisce chi sale sul palco e chi siede tra il pubblico».