BOLOGNA – Poeta amatissimo, garbato e colto, si è spento a 46 anni – ne avrebbe compiuti 47 il prossimo 23 giugno – Matteo Fantuzzi. Originario di Castel San Pietro, da tempo residente a Lugo di Romagna, Fantuzzi è scomparso ieri dopo una lunga malattia. I suoi versi trasudavano impegno e tensione verso la comunità: «Sono sempre stato affascinato dalla poesia civile e con questa modalità cerco di avvicinarmi alle vite degli altri». C’era riuscito, infatti, mettendo da parte quello che spesso il pubblico più distratto e superficiale della poesia cerca, intimismi e dispiaceri sentimentali.

Il suo percorso editoriale era iniziato nel 2008 con la raccolta “Kobarid” (Raffaelli), un’opera capace di intercettare i primi, dolorosi segnali del precariato moderno, che gli valse il Premio Camaiore opera prima e il Premio Penne Opera prima.

Ma il libro che lo ha consegnato ai lettori è stato (ed è) “La stazione di Bologna”, pubblicato da Feltrinelli nel 2017 e vincitore del Premio Giacomo Matteotti e del Premio Achille Marazza. In quella raccolta, Fantuzzi – che nel 1980 aveva appena un anno – era riuscito a rievocare la strage del 2 agosto tramite brevi, annotazioni di cronaca e versi lucidi e terribili. Un lavoro di scavo e memoria storica che però raccontava, senza sconti, la quotidianità spezzata di una mattina d’agosto. Ne uscivano versi drammatico: le valigie sparse, la puzza del tritolo, un padre che scava a mani nude tra le macerie.