Ogni giorno usiamo piattaforme che sembrano offrirci intrattenimento, comodità e scoperta. Ascoltiamo musica, salviamo playlist, cerchiamo una canzone, lasciamo che un algoritmo ci suggerisca cosa sentire dopo. Ma dietro questi gesti apparentemente innocui si accumula una quantità enorme di dati: abitudini, stati d’animo presunti, gusti, fragilità, momenti della giornata. In Mood Machine – L'ascesa di Spotify e il prezzo della playlist perfetta (pp.376, €25), Liz Pelly racconta la storia della più grande piattaforma di streaming musicale dalle origini nella Svezia della pirateria e del download illegale fino al dominio globale delle playlist, mostrando quanto “perfetta” possa essere – e a quale prezzo – la colonna sonora su misura per le nostre vite. Il libro, molto discusso negli Usa, è stato tradotto da poco da EDT in italiano e presentato all’ultimo Salone del Libro. Ne pubblichiamo un estratto, per gentile concessione della casa editrice. «È un quantitativo scandaloso di dati» mi ha detto un ex ingegnere dell’apprendimento automatico di Spotify, dopo circa mezz’ora di telefonata. «Anche se ci hai lavorato, è quasi inimmaginabile. Si può presumere che ogni clic che hai fatto nell’app sia annotato da qualche parte, che venga usato attivamente per dare suggerimenti o no. Si dovrebbe pensare sempre che qualsiasi interazione si ha con l’app di Spotify venga registrata». Come utente dei social media del Ventunesimo secolo, a conoscenza delle idee di base del capitalismo della sorveglianza – quello che l’autrice Shoshana Zuboff definisce «un nuovo ordine economico che sfrutta l’esperienza umana come materia prima per pratiche commerciali segrete di estrazione, previsione e vendita» –, concettualmente so che è vero, che ogni clic è una transazione tracciata che crea valore per la piattaforma. Eppure mi scombussola comunque il confronto con la vastità dei dati del mio account di Spotify quando mi arrivano nella casella di posta; o perlomeno quando arrivano le parti del mio data profile che la piattaforma è disposta a condividere. Al momento in cui scrivo, gli utenti di Spotify possono richiedere il download dei dati del loro account andando su “Account”, poi su “Privacy Settings” e su “Download your data”. All’interno della cartella fornita, ci sono diversi file, come “Playlists”, che comprende titoli, descrizioni e tracklist di tutte le playlist che ho creato su Spotify, e “Search Queries”, un elenco di tutto quello che ho digitato nella barra di ricerca, data e ora della ricerca stessa e tipo di dispositivo usato. Un documento dal titolo “Streaming History” accorpa informazioni sui brani di tutto ciò che ho ascoltato nell’ultimo anno, anche se c’è l’opzione per richiedere una “Extended Listening History”, che comprenderebbe il numero di millisecondi in cui ogni brano è stato ascoltato, dettagli che indicano se si è partiti da una playlist o è stato scelto manualmente, se ho premuto il pulsante “salta”, e altro ancora. Il documento “Inferences” è il più interessante: uno scorcio della lista di segmenti di mercato che Spotify associa al tuo account, basato sia sulla tua storia di streaming sia su dati ottenuti da fonti di terze parti, come la pubblicità e i broker di dati. A quanto pare, il mio account è compreso in segmenti di pubblico come “Ascoltatori_entusiasti_musica_mood”, “Ascoltatori_playlist_autostima_produttività_motivazione”, “Streamer_playlist_allegre_buonumore”, “Ascoltatori_play-list_cuori _spezzati”, “Streamer_power_playlist_su_misura”, “Cercatori_di_mindfulness” e “Suoni_consolatori”. Sono inclusi risultati bizzarri come “Utenti_Verizon_Tutti” (non sono un’utente Verizon), “Streamer _Playlist_Disney_Marvel” (sono certa di non aver mai cliccato su queste playlist) e “Genitori” (no). I segmenti basati sulle informazioni dei broker di dati esterni possono portare gli utenti a ritrovarsi inclusi in gruppi specifici da usare come target pubblicitari, come “Acquirenti di prodotti di bellezza naturale_usa”, “Acquirenti zuppa Campbell_usa” e “Consumatori di rum Captain Morgan_usa”, per citarne solo alcuni, secondo diversi utenti di social media, oltre a tentativi di targettizzarti sulla base del tipo di carta di credito, della fascia di reddito, dei portfolio d’investimento e altro ancora. Parlando dei loro profili di dati su Internet, gli utenti di Spotify facevano battute varie sul fatto che le informazioni fossero invasive e spesso anche bizzarramente sbagliate. Spotify afferma di raccogliere miliardi di data points ogni giorno, per alimentare i suggerimenti e le pubblicità mirate. La piattaforma si sbottona meno riguardo alla sua altra attività: la vendita di questi dati ai broker. Le implicazioni di tutta questa raccolta di dati sono complesse. All’interno del quadro più ampio della sorveglianza di massa oggi, può sembrare secondario il fatto che Spotify spii continuamente i propri utenti. È solo musica, no? Ogni anno, durante la campagna “Wrapped”, lo streaming come sorveglianza diventa un meme a sé, con alcuni utenti che denunciano la normalizzazione della raccolta di dati di massa e altri che reagiscono con scherzosa rassegnazione al fatto che Spotify faccia sembrare la sorveglianza una cosa carina e divertente. Tutto ciò rivela come molti utenti si sentano ormai a proprio agio in questo compromesso: ma resta un compromesso, di principio e in pratica.