Ricercatore e formatore nell'ambito delle

scienze sociali, mi occupo da anni di sociologia del lavoro e dell'istruzione.

Collaboro principalmente con Associa…

Bergamo è prima in Italia per il tasso di occupazione giovanile. Disoccupazione under 34 all’ 1,7%: un dato che ha pochi rivali. Il manifatturiero tiene, il terziario cresce, le imprese dichiarano di non trovare forza lavoro a sufficienza. Un mercato del lavoro molto dinamico, insomma. Tranne che per le donne. Il tasso di occupazione femminile in provincia si ferma al 58,5%, contro il 76,9% degli uomini. Quasi venti punti di distanza. Tre inattivi su cinque, nella fascia 15-64 anni, sono donne. In Lombardia, nella fascia giovanile 15-34, il tasso di inattività supera il 50% per le giovani donne. La spiegazione che circola di solito, riguardo il nostro territorio, è di carattere culturale: una generica «cultura cattolica e tradizionale» che spingerebbe le donne verso la famiglia piuttosto che verso il lavoro. Così è stato insegnato anche a me durante il percorso universitario e ammetto, per inerzia, di aver ripetuto io stesso a lezione la medesima interpretazione. Ma quando ho provato a indagare meglio il fenomeno, la lettura «culturale» ha iniziato a scricchiolare. Tra chi non ha figli, il divario occupazionale tra uomini e donne è relativamente contenuto: 78% contro 69%. Con il primo figlio le traiettorie si separano di colpo: l’occupazione maschile sale al 93%, quella femminile crolla al 63%. Questo meccanismo, chiamato child penalty in letteratura, vale una perdita del 33% di reddito complessivo nell’arco della vita lavorativa di una donna. Perdita che, ovviamente, si riflette poi nei versamenti pensionistici, prolungando la condizione di asimmetria economica anche nella vita dopo il lavoro. Inoltre, nel 2024 le lavoratrici madri hanno rappresentato il 69,5% delle dimissioni convalidate nel periodo protetto. Quasi sette su dieci.