C'è una frase, nel decreto che dispone il giudizio, che sintetizza più di ogni altra l'accusa attorno alla quale ruoterà il processo per la morte di Andrea Purgatori. Una frase netta: “La tempestiva terapia antibiotica, omessa e ritardata anche per l'errore di tutti i neuroradiologici, avrebbe prolungato in modo significativo la vita di Andrea Purgatori”.
E invece il giornalista è morto l’8 luglio del 2023.È da qui che parte il ragionamento del giudice Paola Petti. Ed è attorno a questo passaggio che prende forma il rinvio a giudizio del professor Gianfranco Gualdi, radiologo di fama internazionale, dei suoi collaboratori Claudio Di Biasi e Maria Chiara Colaiacomo e del cardiologo Guido Laudani.
Medici affermati, professionisti provenienti da strutture di primo piano, che ora dovranno affrontare il processo insieme alle cliniche chiamate in causa nel procedimento.La premessa da cui muove il giudice coincide con quella già sostenuta dai consulenti nominati dalla procura. Secondo questa ricostruzione, Andrea Purgatori, i cui familiari oggi sono rappresentati dall'avvocato Alessandro Gentiloni, non sarebbe morto a causa del tumore al polmone con metastasi di cui soffriva.
A provocarne il decesso sarebbero state invece le conseguenze di un'endocardite infettiva che non venne individuata in tempo e che, proprio per questo, non fu trattata con le cure necessarie. Per il giudice gli errori contestati sono diversi e si intrecciano tra loro.Il primo riguarda la lettura della risonanza magnetica eseguita l'8 maggio 2023. Secondo il decreto, “è risultato con certezza (sul piano oggettivo) che la diagnosi di metastasi al cervello contenuta nel referto della risonanza magnetica del giorno 8 maggio 2023 fosse erronea dovendosi escludere che le metastasi siano "scomparse" per una risposta completa al trattamento radioterapico”.










