Esiste ancora, evviva, la possibilità di leggere storie per ragazzi e ragazze senza incorrere nell’ennesimo volume pedagogico ed edificante in cui il piacere della lingua e delle storie è anestetizzato dal politicamente corretto. Max Gidwitz – pluripremiato autore statunitense – lo dimostra ancora una volta lungo tutte le 467 pagine del suo Max nella casa delle spie: un libro di emozioni e avventura, di crescita e viaggio (ovviamente, i viaggi trasformano sempre), di separazioni e lontananze (anch’esse inevitabili in un percorso di crescita). Nell’edizione americana il romanzo è diviso in due volumi che l’editore italiano – Giuntina – ha invece proposto in un’unica pubblicazione.
IL MOMENTO È QUELLO del secondo conflitto mondiale, della guerra, delle persecuzioni e dello sterminio degli ebrei d’Europa e del ruolo tutt’altro che limpido dell’Impero britannico. Ma – dice Gidiwtz – «tutti collaboriamo con qualcosa. Perché lo facciamo? Come lo giustifichiamo?». Un romanzo che rifugge qualsiasi retorica e restituisce centralità all’immaginario corroborata dall’attenzione al contesto storico in un equilibrio difficile e riuscito. Un libro che è un vortice di fughe e salvataggi, di relazioni salvifiche con un dybbuk e un coboldo (due creature leggendarie: il primo è uno spirito della mistica ebraica, il secondo un folletto della mitologia tedesca).








