“La nostra priorità è porre fine alla guerra” ha detto Volodymyr Zelensky, aggiungendo di essere “pronto a negoziare direttamente con Putin per porre fine a (lla) guerra”, “piuttosto che stare in fila ad aspettare che tutti risolvano i conflitti del mondo, e poi tocchi a (loro)”.

Parole chiare, certo, che tutto considerato, a distanza di ben quattro anni dall’inizio del conflitto, parrebbero non avere alcun decisivo effetto impattante e/o alcuna forza efficiente. Sembrerebbero riflettere, piuttosto, l’idea di un qualcosa che giunge da lontano, da un contesto non più attuale e stringente. E magari, proprio tra le righe di quelle parole, sembrerebbe leggersi tutta la preoccupazione per il “pregiudizio” (se si consente l’espressione) patito (se davvero si fosse patito) a cagione dell’impegno dell’Occidente contro l’Iran, che, in buona sostanza, distrarrebbe le armi statunitensi verso il Golfo Persico per intenderci. Dal canto suo, e per converso, Vladimir Putin parrebbe comunque essersi detto disponibile a riconoscere all’Unione Europea un qualche ruolo nella risoluzione del conflitto, fermo restando che siffatta “assistenza dovrebbe rientrare negli accordi di Anchorage”. Peraltro, lo stesso Vladimir Putin, avrebbe precisato di non essere “contrari (o) all’adesione dell’Ucraina all’Ue, ma … al fatto che la Ue diventi un blocco militare”. Insomma, in fondo, nulla di nuovo sotto il sole.