Ambrogio
Mario Alberto Marchi
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Le stazioni sono i mondi di mezzo di Milano. Non città e non periferia, non partenza e non arrivo: soglie, dove per qualche ora ogni sera la metropoli vede sospendere le sue regole e ne subisce altre. Per il sentire comune sono esempi di nonluoghi, spazi di puro transito in cui nessuno abita e tutti passano. Ma a Milano, quando cala il buio, certe stazioni sono il contrario: smettono di essere attraversate e cominciano a essere occupate. Chi ci staziona non le usa come passaggio, ma come suo territorio. La Stazione Centrale è la capitale di questo mondo intermedio. Zona rossa da fine dicembre 2024, oltre centotrentamila identificazioni e più di milletrecento allontanamenti in un anno, è il punto della città dove la presenza dello Stato è più fitta: si identifica, si allontana, e l’indomani la piazza è di nuovo la stessa. Un presidio che somiglia a uno svuotamento continuo, con il livello che non scende mai.
Poi c’è Lambrate. In mezzo a due mondi distanti. Da una parte al Milano alta del politecnico, dall’altra il deserto postindustriale. Fu lì che il viceispettore Christian Di Martino venne accoltellato alla schiena da un uomo che lanciava pietre dai binari; per poco non ci lasciò la vita. Ma il parcheggio dietro la stazione è un esempio clamoroso di terra di nessuno, tra volontari che portano cibo agli sbandati, scambi di droga tra le auto parcheggiate. Il cuore di questo arcipelago notturno è però Porta Garibaldi: la fossa da cui ogni sera riemerge il disagio che la città vorrebbe non vedere. Dai sottopassi e dalle banchine un flusso di bande che arrivano dalle periferie risale in superficie e si versa, a poche centinaia di metri, tra i tavolini di corso Como, dove incontra il suo opposto speculare — l’aperitivo, il locale alla moda, la movida — e ne nasce un attrito che certe notti diventa scintilla.






