E se non gli piaccio? Come creare un buon rapporto col tuo gatto (o quello del tuo partner)C’è una domanda che quasi tutti, prima o poi, si fanno quando entrano in relazione con un gatto, ma che raramente viene detta ad alta voce perché suona un po’ imbarazzante o persino infantile: e se non gli piaccio?
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È una domanda che nasce in due contesti molto precisi, entrambi più diffusi di quanto si pensi. Il primo è quello di chi adotta un gatto e si trova improvvisamente a confrontarsi con un animale che non lo cerca, non si lascia avvicinare, o addirittura sembra ignorarlo con una certa determinazione. Il secondo è quello, sempre più comune nelle famiglie e nelle coppie contemporanee, di chi entra nella vita di una persona che ha già un gatto, e scopre che quel piccolo abitante domestico non manifesta alcun entusiasmo per la sua presenza. In entrambi i casi, la sensazione iniziale è spesso la stessa: qualcosa di personale. Ma nel caso dei gatti, quasi mai lo è.
Non è simpatia: è interpretazione del mondo
Uno degli errori più diffusi quando si parla di relazione uomo–gatto è quello di utilizzare categorie umane per leggere comportamenti che umani non sono. Siamo abituati a pensare in termini di simpatia, antipatia, affinità, empatia immediata, e quindi traduciamo ogni gesto del gatto in un giudizio sulla nostra persona. Se si avvicina, allora “gli piaccio”. Se si allontana, allora “non gli piaccio”. Se mi guarda a lungo, allora “mi sta osservando”. Se mi evita, allora “mi sta rifiutando”. In realtà il gatto non sta valutando la nostra personalità, ma la nostra prevedibilità. Non si sta chiedendo se siamo simpatici, ma se siamo sicuri, coerenti, leggibili, e soprattutto non invasivi rispetto al suo spazio fisico ed emotivo. La relazione, per lui, non è una valutazione sociale ma una continua verifica ambientale: questa presenza altera il mio equilibrio o lo mantiene stabile?






