Fino ad aprile 2024, quando si è ritrovato a vivere in un rifugio per persone della comunità LGBTQ+ a Tel aviv, il palestinese Kareem, in 22 anni di esistenza, non aveva mai incontrato un israeliano che non avesse la divisa, e che non stesse imbracciando un fucile all’interno della West Bank occupata, dove è nato e cresciuto.
La sua storia, raccontata da The Intercept, è una di quelle finite tutto sommato meglio, negli ultimi anni. Sospettato di essere gay da un padre ultraconservatore – che per questo lo minaccia di morte -, nel marzo 2024 decide sfruttare la decisione di un tribunale israeliano e di applicare per lo status di richiedente asilo in Israele per motivi di discriminazione di genere, conscio che ciò si sarebbe tradotto nell’abbandono definitivo della sua terra – tornarci avrebbe significato essere accusati di collaborazionismo con Israele.
Ottenuto l’asilo ad aprile 2024, grazie all’aiuto di alcuni avvocati israeliani, passa varie settimane a dormire sulle panchine, fino a trovare rifugio nella citata comunità LGBTQ, chiamata Hagag Havarod (il Tetto rosa). All’interno del checkpoint di Sha’ar Ephraim, da dove era transitato per andare in Israele, le autorità israeliane lo incalzano, chiedendogli informazioni su parenti e conoscenti, con l’implicito ricatto di un più rapido rilascio del permesso d’asilo in cambio di intelligence. “Quando sei in una situazione così fragile, in cui non puoi tornare nella west bank e non hai uno status riconosciuto in Israele, le agenzie di sicurezza usano sistematicamente la tua debolezza (non solo con omosessuali ma anche con consorti infedeli, persone con problemi finanziari o persone che hanno bisogno di cure urgenti, ndr) per ottenere informazioni, promettendo di non deportarti o imprigionarti”, ha spiegato a The Intercept l’avvocato di Kareem, Tamir Blank.







