Salvato in campo 5 anni fa, il danese ora gioca con un defibrillatore sotto cutaneo. Ieri il malore

Segui Il Giornale su Google Discover

Scegli Il Giornale come fonte preferita

Christian Eriksen. Di nuovo. Una saetta al cuore, nebbia, buio, ancora giugno, come il 12 del duemila e ventuno, allora contro la Finlandia, ieri contro l'Ucraina, minuto 71 di una amichevole verso i mondiali, la Danimarca sta vincendo 2 a 1, gol di Dorgu, un reduce del Lecce oggi al Manchester United e poi il raddoppio di Maehle, tutto normale, tuttavia una stazione malinconica di passaggio, i danesi e gli ucraini non si sono qualificati per il mondiale. Eriksen ha portato la mano al petto, come stringendo il defribillatore indossabile, un corpetto con elettrodi che segnalano eventuali variazioni del battito cardiaco. È il dispositivo che Eriksen si porta appresso da cinque anni, da quella prima volta che il fulmine di Giove, come descrivevano i latini il fremito improvviso del cuore, lo aveva colpito, anzi sfiorato. Anche allora Eriksen, dopo il dramma, il terrore dei suoi compagni, degli avversari, dell'arbitro e dei medici, aveva ritrovato subito la luce grazie anche all'intervento di Simon Kjaer, mentre l'ambulanza lo trasportava in ospedale. La partita era ripresa due ore dopo, con il successo della Finlandia.