Proprio come dei ragazzini alla vista del primo cadavere nella loro vita, pare che anche Rob Reiner fosse elettrizzato e terrorizzato al momento di mostrare Stand by me per la prima volta a Stephen King. Ai tempi la relazione tra il Re e il cinema era ancora piuttosto complicata. L’onda lunga del risentimento per Shining di Kubrick, in seguito c’erano stati Christine e La zona morta, ma era ancora abbastanza viva la sensazione di una certa difficoltà nel trasporre un autore così sul grande schermo, con piena e reciproca soddisfazione. Ma come ha raccontato lui stesso, dalla proiezione privata in una saletta di Beverly Hills Stephen King venne fuori letteralmente con le lacrime agli occhi. Inquietudine, nostalgia, conquista e perdita, l'irripetibilità della magia di un’età precisa: Stand by me-Ricordo di un'estate aveva tutto del suo The body.Stephen King e un'operazione (finalmente) riuscitaRacconto lungo della raccolta del 1982 Stagioni diverse, col senno di poi fortunatissima al cinema (di lì a otto anni sarebbe arrivato l’indimenticabile Le ali della libertà, adattato dal racconto Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, e infine nel 1998 L’allievo, da Un ragazzo sveglio), The body aveva in sé qualcosa di unico, che l’occhio del cinema seppe ritrovare in pieno. E lo ritroviamo in questi giorni, con Stand by me che per il suo quarantennale torna in sala in 4K con Nexo Studios Back to Cult da oggi fino al 10 giugno, bello, magico e perfetto come allora. Non è solo un film che ha raccontato cose semplici e tremende, e un’età che è la più semplice e tremenda di tutte. Stand by me è (anche) una case history. Un incantesimo. Un’alchimia che oggi appare facile e probabile. Ma che allora bisognava andare a cercare, con una discreta dose di follia e avventura. Come una camminata su binari a strapiombo sull’acqua, senza sapere se verrà un treno a travolgerti oppure no.NexostudiosAmbientato nel 1959, pieno prime narrativo di Stephen King, The body non si sarebbe portato con sé al cinema un titolo ritenuto troppo oscuro. La title track di Ben E. King veniva registrata solo due anni dopo, un voluto e riuscitissimo blooper («ma solo misurando il tempo in termini di anni», avrebbe detto Gordie maturo da narratore) che oltre a fruttare un importante revival del pezzo creava immediatamente la connessione a un mondo e un’atmosfera. Almeno, con una delle atmosfere: la più confortevole, nostalgica, e calda. Non la sola.Ricordo di un'estate: souvenir e brivido«Ragazzi, vi va di vedere un cadavere?»: era il punto di rottura nell’estate e nelle giovinezze di Gordie, Chris, Teddy e Vern (l’indimenticabile poker Wil Wheaton, River Phoenix, Corey Feldman e Jerry O’Connell). La meta che diventa espediente, e che alla fin dei conti per i protagonisti si rivela anche piuttosto deludente. Il senso come si dice è il viaggio, e quello che c’è dentro. Compresi territori oscuri e paurosi: «Non lo conosciamo quel bosco», dice Vern titubante, prima di decidersi a seguire gli amici. Siamo lontanissimi dalla leggerezza avventurosa dei Goonies, coevo eppure profondamente distante. Stand by me è un altro discorso, un altro universo, quello più inquietante di tutti: la realtà. Il limite tra infanzia e maturità. La disillusione e il senso di morte. L’innocenza e l’incanto che vanno via in dissolvenza come River Phoenix alla fine dell’estate.La sfida produttiva di Stand by meAveva paura anche Rob Reiner perché allora non doveva sembrare un oggetto narrativo così appetibile, così roba da cinema. E infatti non lo era. Non lo fu per gli autori della sceneggiatura, Raynold Gideon e Bruce A. Evans, occupati per mesi a bussare alle porte di chi credesse di poterne fare un film. Sembra pazzesco oggi: se pensi a una banda di preadolescenti alla ricerca di avventura, mistero e paura, ci vedi un film di sicuro appeal. Come una scommessa da spot in cui ti piace vincere facile. Quarant'anni fa non fu affatto facile. E il successo fu clamoroso, anche e soprattutto rispetto alle attese.NexostudiosStand by me e i suoi fratelliStranger Things, ma non soltanto. Ogni volta che c’è un gruppo di ragazzini, spesso e volentieri nel passato, sempre alle prese con l’ignoto, il viaggio e la scoperta (anche e soprattutto di sé), il pensiero va inevitabilmente a Stand by me come un riferimento quasi sacro. Lo hanno rifatto, certo, riproponendo (e continuando a farlo anche a quarant’anni di distanza) le stesse formule espressive, le medesime collocazioni temporali, dinamiche di gruppo simili, e via discorrendo. Ma fatalmente mai più con quella incosciente autenticità, quell'idea di pionieristica sperimentazione, di scoperta, ça va sans dire. Oggi una formula, ieri un salto nel buio mai fatto prima. La prima volta non si scorda mai e Stand by me nessuno l’ha scordato mai.Se oggi si va sul sicuro su un filone vincente. Stand by me è la definizione di quel filone, la vena aurea che non aveva visto nessuno. E che oggi si rivede in alta definizione. Una magia riprodotta in serie, ma fondamentalmente irriproducibile nell’intima leggerezza del suo prototipo. Abbiamo avuto amicizie e anche innamoramenti cinematografici d’altro tipo, certamente. Eppure.«Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, chi li ha». Proprio così.