di
Adriano Panatta
L'italiano deve affidarsi alle smorzate, perché il tedesco non mi sembra sappia uscire così bene da quei frangenti. Se riuscirà a far saltare, una a una, tutte le sicurezze dell'avversario, il match finirà alla pari e magari penderà un po’ dalla sua parte
Sfavorito forse, battuto direi proprio di no. Una finale così è questione di centimetri, ma se volete misuratela pure nell’unità di misura minima che preferite. Qual è, il dito? Il soffio? Ecco, di quello si tratta. Alexander Zverev e Flavio Cobolli, sono divisi da un dito, e per pareggiare le sorti, basta un niente, giusto un soffio.
Molto dipenderà dal tedesco, molto di più dal romano. Alto, aitante e sempre bello da guardare su un campo da tennis, il Sascha ventenne sembrava il padrone del mondo, batteva Federer, stordiva Nadal, scatenava il lato più permaloso di Djokovic. Ma aveva un problema che la gioventù nascondeva bene, perché a una certa età si dà per scontato che possa mancare l’abitudine al coraggio, e anche quel muso di tolla che gli anni più maturi ti forgiano addosso come una maschera, oltre ai tanti piccoli particolari che contribuiscono al detto, giocare bene a tennis è un conto, ma vincere è un altro sport. Ecco, Sascha non vinceva i tornei dello Slam. Tre finali. La prima nel 2020 a New York, contro Thiem, nell’anno della Pandemia, più simile a un tracollo nervoso. La seconda a Parigi, contro Alcaraz, sofferta ma combattuta. L’ultima a Melbourne opposto a Sinner, dalla quale uscì contuso nell’animo quasi avesse incontrato per la via uno sciame di sampietrini (i sassi quadrati con cui a Roma si facevano le strade). Non so che cosa gli accadrà in questa quarta finale, nella quale è per tutti il favorito.











