E’ in corso l’Ipo dei record. La Space X di Elon Musk approda in Borsa e venerdi prossimo (12 giugno) debutterà alle negoziazioni sul Nasdaq. È da record la valutazione: 1.750 miliardi di dollari. È da record anche la quota di collocamento azionario: 75 miliardi (aumentabili fino a 86 miliardi). Il gruppo è multibusiness: settore spaziale, connettività (Starlink), intelligenza artificiale. La parola chiave del business plan è una sola: futuro. E il passato? Il gruppo ha chiuso il bilancio del 2025 con una perdita di 4,94 miliardi e con ricavi pari a 18,67 miliardi. La valutazione complessiva di 1.750 miliardi, dunque, è pari a 93,7 volte il fatturato. Malgrado il prezzo delle azioni sia basato più su un atto di fede nel futuro della società e delle virtù genialoidi di Musk che sui fondamentali, c’è una sicura categoria di acquirenti: i fondi passivi che, replicando l’indice, non possono non avere in portafoglio un titolo “pesante” come Space X. Una regola che vale per il Nasdaq 100 ma non per l’S&P 500 che ha mantenuto come regola d’ingresso la chiusura in utile dell’ultimo bilancio.

A Musk l’85,1% dei diritti di voto in assemblea

Per tutti gli altri investitori la valutazione di Space X è la vera incognita. Secondo gli analisti di Morningstar, per esempio, il gruppo vale solo 780 miliardi. Assai scettici sono anche i gestori del fondo pensioni danese Akademikerpension che, nell’annunciare che non sottoscriveranno le azioni in Ipo, hanno valutato Space X solo un miliardo. Non solo. Hanno anche criticato le anomalie della governance che, di fatto, concentra tutto il potere su Musk dato che l’imprenditore sarà chairman, ceo e cto (chief technology officer) del gruppo. Ma quel che è peggio, secondo i gestori danesi, è la leadership assembleare che Musk si è riservato. Post Ipo, all’imprenditore farà capo il 12,3% delle azioni di classe A (1 azione, un voto) e il 93,6% delle azioni di classe B (1 azione, 10 voti). Secondo i calcoli dei gestori, Musk avrà l’85,1% dei diritti di voto in assemblea relegando gli altri azionisti al ruolo che un tempo si sarebbe chiamato del “parco buoi” della Borsa. Analoghe critiche alla struttura della governance sono state espresse anche da alcuni fondi pensione Usa (California Public Employees Retirement System e New York State Common Retirement Fund).