Le strade ospitano pochi cartelloni elettorali e un entusiasmo ridotto mentre ci si prepara a tornare alle urne per la terza volta in poco più di un anno. Il clima in Kosovo è molto diverso dalle elezioni del febbraio 2025, quando il primo ministro Albin Kurti non aveva ottenuto una maggioranza assoluta. Ne era seguita una lunga fase di paralisi politico-istituzionale, conclusa dalle elezioni anticipate del 28 dicembre 2025 e dalla formazione del governo Kurti III. Anche questa maggioranza si è però rapidamente indebolita, fino al blocco istituzionale legato al mancato quorum dei due terzi per l’elezione del presidente della Repubblica. Lo stallo ha portato allo scioglimento dell’Assemblea e a nuove elezioni, in un contesto aggravato anche dalla rottura politica tra Kurti e l’ex presidente Vjosa Osmani.

Albin Kurti è un leader politico diverso da quelli che lo hanno preceduto in Kosovo. Nel 2005 aveva fondato Lëvizja Vetëvendosje (Movimento per l’Autodeterminazione) come movimento di protesta, il cui manifesto si fondava sulla non negoziabilità del principio di autodeterminazione e sulla soluzione finale di un’unione di Kosovo e Albania sotto la “Grande Albania”.

Nei suoi cinque anni al governo, Kurti ha portato avanti una linea focalizzata sull’implementazione dello “stato di diritto” nel nord a maggioranza serba. Lì, negli ultimi cinque anni, si sono susseguiti scontri, barricate, boicottaggi istituzionali e dimissioni coordinate di amministratori locali serbi dovuti al non riconoscimento delle targhe serbe e del rifiuto da parte di Pristina di creare l’“Associazione dell Municilipalità Serbe” come stabilito nell’accordo di Bruxelles del 2013. La tensione è culminata nell’attacco del 2023 al Monastero di Banjska, e nel sabotaggio di un’infrastruttura idrica nel 2024. A questi eventi è seguito un processo di militarizzazione del nord tramite un massiccio dispiegamento di forze di polizia speciali da parte del governo centrale.