Quattro anni dopo l’invasione, la guerra in Ucraina riorganizza l’ordine politico europeo. Il fronte militare tiene, ma non decide. Le decisioni avvengono nei vertici, nelle cancellerie, nella geometria di un allargamento europeo trasformato in risposta strategica.

Sul piano militare la situazione si è deteriorata. Zelensky ha riconosciuto che circa l’80% del territorio ucraino è privo di copertura contro i missili balistici e i droni. Il Pentagono ha notificato agli alleati Nato che parte delle forniture di intercettori destinate a Kyiv verrà ridistribuita verso Israele e il Golfo Persico. L’Ucraina ha risposto estendendo la guerra in profondità, fino a spegnere l’iniziativa strategica russa: droni colpiscono quasi ogni giorno raffinerie, fabbriche e le vie logistiche che collegano la Crimea alla Russia, creando problemi crescenti alla macchina militare di Mosca. Il Cremlino risponde con pressione missilistica martellante, convinto che il tempo lavori a suo favore. Nessuna delle due parti ha raggiunto il punto in cui il costo della prosecuzione del conflitto viene percepito come superiore al costo delle concessioni. La guerra si stabilizza attorno alla propria continuazione. Il rifiuto di Putin di incontrare Zelensky è la valutazione strategica di chi ritiene di poter migliorare ulteriormente la propria posizione prima di negoziarla. Il problema è che entrambe le parti continuano a credere che il tempo lavori ancora a loro favore.